mercoledì 30 novembre 2011

Romeo muore - William Shakespeare

SCENA III - Un cimitero col monumento sepolcrale dei Capuleti. Notte.
Entra Paride che reca fiori, il suo paggio ha una torcia accesa.

Paride: Ragazzo, dammi adesso quella torcia,
e tieniti a distanza; anzi, no, spegnila,
ché non vorrei che alcuno mi vedesse.
Vatti a stender laggiù, sotto quei tassi
con l'orecchio poggiato bene a terra,
e bada a percepire tutti i passi
che senti rimbombare sul terreno
malfermo per lo sterro delle fosse,
e se senti qualcosa, fammi un fischio.
Dammi quei fiori e fa' quel che t'ho detto.

Paggio tra sé

Trovarmi solo, in questo cimitero...
Ho paura... Facciamoci coraggio!...

(Si allontana)

Paride: O profumato fiore, d'altri fiori
ecco, io cospargo il tuo letto di sposa...
Oh, struggimento! È tutto pietra e polvere
questo tuo baldacchino!
Ma ogni notte verrò qui ad aspergerlo
di dolce acqua, e se acqua non avrò,
delle lagrime distilleranno
le mie lamentazioni.
L'esequie ch'io celebrerò per te
saranno di cospargere ogni notte
di lacrime e di fiori il tuo sepolcro.

(S'ode il fischio del Paggio)
Paride al fischio del paggio si nasconde. Vede Romeo e Baldassare con in mano una torcia, un piccone e altri arnesi. Romeo ordina a Baldassare di non interromperlo, qualsiasi cosa lo veda fare. Gli dice che vuole contemplare il volto della sua donna per l’ultima volta e prenderle l’anello che porta al dito, ma lo sguardo  e le parole di Romeo mettono paura, così Baldassare decide di rimanere nascosto   nei dintorni.
Romeo spezza con il piccone la porta del sepolcro. Paride pensando che voglia profanare con qualche atto nefando e oltraggioso la tomba di Giulietta si fa avanti.

Paride: Interrompi quest'empia tua fatica,
vigliacco d'un Montecchi!... La vendetta
può dunque crescer oltre la morte?
Io t'arresto, furfante fuori legge.
T'ordino di seguirmi; e tu obbedisci
perché devi morire.

Romeo: E per morire sono qui venuto.
Mio caro giovanotto,
non provocare un uomo disperato;
va' via, meglio per te, lasciami solo;
pensa a tutti costoro che son morti,
e l'idea di seguirli ti spaventi.
Ti scongiuro, non far che sul mio capo
s'aggiunga, costringendomi alla furia,
altro peccato. Va', va' via di qua!
Io ti tengo più caro di me stesso,
te lo giuro sul cielo, perché armato
contro me stesso son venuto qui.
Non rimanere, va'! Vivi, e racconta
che è stata la mercé d'un forsennato
a risparmiarti.

Paride insiste nel voler arrestare Romeo. I due si battono; il paggio va a chiamare le guardie.
Paride colpito a morte chiede di giacere nella stessa tomba di Giulietta.
Romeo scoperchia la tomba, e vede il corpo di Giulietta

Romeo: Che dico, no! Una cupola di luce, giovane ucciso, perché in questo luogo giace Giulietta, e la bellezza sua di questa oscura cripta fa una sala perennemente illuminata a festa! Morto, mettiti dunque là a giacere, per la mano d'un uomo ch'è già morto.

(Depone il corpo di Paride nella tomba, poi si ferma a mirare quello di Giulietta)

Com'è vero che gli uomini, morendo,
hanno un fugace tratto di letizia:
uno sprazzo, che quelli che li vegliano
soglion chiamare "il lampo della morte".
Oh, ma poss'io chiamare questo tuo
soltanto un lampo?... Amore mio, mia sposa!
La morte che ha succhiato tutto il miele
del tuo fiato, non ha ancor trionfato
di tua beltà, non t'ha ancor conquistata!
Ancor sulle tue labbra e le tue guance
risplende rosea la gloriosa insegna
della bellezza tua: su te la Morte
non ha issato il suo pallido vessillo...
Tebaldo, tu che te ne stai là in fondo
nel tuo bianco lenzuolo insanguinato,
qual maggiore tributo posso renderti
che spezzare con questa stessa mano
che ha spezzato la tua giovane vita
quella dell'uomo che ti fu nemico?
Perdonami, cugino!... O mia Giulietta,
perché sei tanto bella ancora, cara?
Debbo creder che palpita d'amore
l'immateriale spettro della Morte?
E che quell'aborrito, scarno mostro
ti mantenga per sé qui, nella tenebra,
perché vuol far di te la propria amante?
Per tema, io resto qui con te, in eterno;
e più non lascerò questa dimora
della notte, qui, qui, voglio restare
insieme ai vermi, tue fedeli ancelle,
qui fisserò l'eterno mio riposo,
qui scrollerò dalla mia carne stanca
il tristo giogo delle avverse stelle.
Occhi, miratela un'ultima volta!
Braccia, carpitele l'estremo amplesso!
E voi, mie labbra, porte del respiro,
suggellate con un pudico bacio
un contratto d'acquisto senza termine
con l'eterna grossista ch'è la Morte!
Vieni, amarissima mia scorta, vieni,
mia disgustosa guida. E tu, Romeo,
disperato nocchiero, ora il tuo barco
affranto e tormentato dai marosi
scaglia contro quegli appuntiti ronchi
a sconquassarsi... Ecco, a te, amor mio!

(Beve la pozione)

O fidato speziale!... Le tue droghe
sono davvero rapide d'effetto...
Così, in un bacio, io muoio...

(Bacia Giulietta, si accascia e muore)
(William Shakespeare)


martedì 29 novembre 2011

L’arte di non rispondere alle provocazioni - Paulo Coelho

Vicino a Tokyo viveva un grande samurai, ormai anziano, che si dedicava a insegnare il buddismo zen ai giovani. Malgrado la sua età, correva la leggenda che fosse ancora capace di sconfiggere qualunque avversario.

Un pomeriggio, si presentò un guerriero, conosciuto per la sua totale mancanza di scrupoli. Era famoso perché usava la tecnica della provocazione: aspettava che l’avversario facesse la prima mossa e, dotato com’era di una eccezionale intelligenza che gli permetteva di prevedere gli errori che avrebbe commesso l’avversario, contrattaccava con velocità fulminante.

Il giovane e impaziente guerriero non aveva mai perduto uno scontro.

Conoscendo la reputazione del samurai, egli era lì per sconfiggerlo e accrescere in questo modo la propria fama.

Tutti gli allievi si dichiararono contrari all’idea, ma il vecchio accettò la sfida. Si recarono tutti nella piazza della città e il giovane cominciò a insultare il vecchio maestro.

Lanciò alcuni sassi nella sua direzione, gli sputò in faccia, gli urlò tutti gli insulti che conosceva, offendendo addirittura i suoi antenati.

Per ore fece di tutto per provocarlo, ma il vecchio si mantenne impassibile.

Sul finire del pomeriggio, quando ormai si sentiva esausto e umiliato, l’impetuoso guerriero si ritirò. Delusi dal fatto che il maestro avesse accettato tanti insulti e tante provocazioni, gli allievi gli domandarono: “Come avete potuto sopportare tante indegnità? Perché non avete usato la vostra spada, pur sapendo che avreste potuto perdere la lotta, invece di mostrarvi codardo di fronte a tutti noi?”.

“Se qualcuno vi si avvicina con un dono e voi non lo accettate, a chi appartiene il dono?”, domandò il samurai.

“A chi ha tentato di regalarlo”, rispose uno dei discepoli.

“Lo stesso vale per l’invidia, la rabbia e gli insulti”, disse il maestro: “Quando non sono accettati, continuano ad appartenere a chi li portava con sé”.

(Paulo Coelho)


Si tratta dell’ immagine dell'opera “Il dito medio” di Maurizio Cattelan. L.O.V.E., il suo nome, rappresenta un'enorme mano, alta 11 metri in marmo di Carrara, con tutte le dita mozzate, tranne il dito medio. La scultura provocatoria è situata proprio davanti alla Borsa Valori di Milano.   E’ la quarta opera della mostra "Contro le Ideologie" dell'artista padovano.

Buona giornata a tutti. :-)





lunedì 28 novembre 2011

E' molto difficile perdonare? - monsignor Orani João Tempesta

“E' molto difficile perdonare?” è la delicata domanda posta in un articolo da monsignor Orani João Tempesta, Arcivescovo di Rio de Janeiro (Brasile).

Il presule ha lamentato che la vendetta e la violenza, di fronte ad alcuni fatti, siano “una costante”.

“Spesso costruiamo una società senza misericordia, senza perdono”, e “molte persone si stanno stancando di vedere l'impunità, la corruzione, la cattiveria dominare le situazioni della società”.

“Pietro ha chiesto a Gesù di chiarire quante volte dobbiamo perdonare il fratello che ha peccato contro di noi – ha ricordato –. Gesù risponde che dobbiamo perdonare settanta volte sette, cioè sempre”.

“Non siamo la fonte del perdono”, ha indicato il presule. “A volte troviamo difficile perdonare perché siamo un po' lontani dal Padre misericordioso, sia per il poco tempo che dedichiamo alla preghiera che per la nostra scarsa partecipazione al duplice banchetto della Parola e dell'Eucaristia la domenica, e soprattutto per lo sporadico o semplicistico accostamento al sacramento della riconciliazione”.

“Se oggi possiamo comprendere la bellezza del perdono, riscopriamo anche la bellezza della confessione”, ha esortato.

“Quanti non riescono a riconoscere e ad accogliere l'amore di Dio nel perdono non solo non sono capaci di darlo agli altri, ma rivelano anche l'incapacità di amare se stessi”.

“Non è vero che amando e perdonando l'altro sto amando l'altro come me stesso, e ancor di più cercando di amare come Cristo ha amato?”, ha chiesto monsignor Tempesta.

Perdonare, ha aggiunto, “è un dono del Signore, e diventa difficile se ci chiudiamo all'amore misericordioso di Dio. In comunione con Lui, tutto è possibile!”.

“Per noi cristiani”, ha sottolineato l'Arcivescovo di Rio de Janeiro, “è un dovere fondamentale, visto che siamo soggetti alla misericordia e al perdono infiniti di Dio. Siamo stati liberati dalla schiavitù del peccato e riscattati da Cristo, a prezzo del sangue”.

“Ora abbiamo la certezza che il dono più bello che ci è dato di conoscere nel Signore Dio Onnipotente è la sua misericordia”.

“Esaminiamoci per vedere se portiamo nella nostra vita le conseguenze della misericordia e del perdono”, ha chiesto il presule. “Una volta perdonati, siamo chiamati a diffondere misericordia e perdono intorno a noi”.

E' evidente, ha sottolineato, che “ciò non si confonde con l'impunità di colui che ha commesso crimini e che deve rispondere di questi, ma è il clima che deve regnare nei cuori, nelle famiglie e nella società”.

“Con il perdono recuperiamo non solo la grazia, la benevolenza divina, ma anche la piena armonia e la pace con i nostri fratelli”.

“Se troviamo che perdonare sia difficile, lasciamoci guidare da Pietro, quando ha chiesto a Gesù di insegnargli come fare – ha concluso monsignor Tempesta –Seguiamo questa strada di perdonare sempre, settanta volte sette, non solo con le parole, ma di cuore, senza alcun risentimento e camminando insieme, perché riconciliati in Cristo siamo nuove creature. Provate e vedrete che la vostra vita cambierà, perdonando e amando!”.

(monsignor Orani João Tempesta, Arcivescovo di Rio de Janeiro, Brasile)
http://www.zenit.org/article-28523?l=italian

Il Cristo Redentore. La statua che rappresenta Gesù Cristo redentore dell’umanità,  è posta  sulla cima della montagna del Corcovado, che si erge a 700 m.s.l.m. a picco sulla città e sulla baia di Rio de Janeiro, è alta 38 metri, di cui 8 metri fanno parte del basamento. È uno dei monumenti più conosciuti al mondo. Ormai la statua è un simbolo della città e del Brasile. Dal 2007 è fra le sette meraviglie del mondo moderno. L'idea di costruire una statua in cima al monte Corcovado nacque nel 1850, grazie al sacerdote  cattolico Pedro Maria Boss che chiese alla principessa Isabella dei fondi per la costruzione di un grande monumento religioso. Non se ne fece nulla. Una seconda proposta per la costruzione della statua arrivò nel 1921 dall'arcidiocesi di Rio de Janeiro. Si organizzò un evento chiamato Settimana del monumento per la raccolta dei fondi necessari alla sua costruzione, i quali giunsero in larghissima parte da cattolici brasiliani. Ai piedi della statua è posta una targa messa dalla comunità italiana nel 1974 (in occasione del centenario della nascita di Guglielmo Marconi)  per commemorare l'accensione delle lampade della statua tramite un impulso radio da Roma da parte dello scienziato italiano il 12 ottobre 1931.
 

domenica 27 novembre 2011

Ho sentito il battito del tuo cuore – Beata Madre Teresa di Calcutta

Ti ho trovato in tanti posti, Signore.

Ho sentito il battito del tuo cuore
nella quiete perfetta dei campi,
nel tabernacolo oscuro di una cattedrale vuota,
nell'unità di cuore e di mente
di un'assemblea di persone che ti amano.


Ti ho trovato nella gioia,
dove ti cerco e spesso ti trovo.


Ma sempre ti trovo nella sofferenza.


La sofferenza è come il rintocco della campana
che chiama la sposa di Dio alla preghiera.

Signore, ti ho trovato nella terribile grandezza
della sofferenza degli altri.


Ti ho visto nella sublime accettazione
e nell'inspiegabile gioia
di coloro la cui vita è tormentata dal dolore.


Ma non sono riuscito a trovarti
nei miei piccoli mali e nei miei banali dispiaceri.

Nella mia fatica
ho lasciato passare inutilmente
il dramma della tua passione redentrice,
e la vitalità gioiosa della tua Pasqua è soffocata
dal grigiore della mia autocommiserazione.
Signore io credo. Ma tu aiuta la mia fede.

(Madre Teresa di Calcutta)

  Il più grande distruttore di pace nel mondo è l’aborto.
 Se una madre può uccidere il proprio figlio nella culla del suo grembo, chi potrà fermare me e te dall'ucciderci reciprocamente? (Madre Teresa di Calcutta)

sabato 26 novembre 2011

L'anziano e le dimissioni – Padre Louis Joseph Lebret :)

E' così desolante lasciare incompleto un lavoro che in realtà non sarà mai completato;
è così de­solante abbandonare i compagni che si logorano accanto a noi.
E' normale che uno si ostini a tener duro, spossandosi.
Eccomi dunque, o Signore, per un certo tempo o per sempre, non so, fuori combattimento.
Sia fatta la tua volontà!
So che siamo sempre dei servi inutili; tu puoi suscitare coloro che proseguiranno e faranno molto me­glio, mentre l'essenziale è amarti e continuare ad amare intensamente i propri fratelli, quando pa­re impossibile poter essere utili per loro.
L'arre­sto dell'azione non comporta l'arresto del deside­rio, e il desiderio espresso in preghiera non è inefficace.
Tu sai realizzare le cose anche con le preghiere di coloro che non possono far altro che pregare.
Affido a te il mio desiderio, affinché i miei compagni non si scoraggino, affinché nuovi compagni si aggiungano al loro sforzo, affinché questi facciano molto meglio di quanto avevano pensato quando ero uno di loro.
Se a te piace che la mia partenza sia seguita da decadenza, da sbandamento, da soppressione, ho fiducia che tutto questo sarà in vista di un gran bene, affin­ché ne venga qualcosa di meglio.
Tu solo sai ciò che è meglio, e io mi affido a te, o Signore.


(Padre Louis Joseph Lebret)
Fonte: Breviario della Terza età, don FerdinandoBay, Ed. Salcom, gennaio 1989









Buona giornata a tutti. :-)

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venerdì 25 novembre 2011

Il nodo gordiano - Paulo Coelho

L’esperienza è una cosa molto positiva, ma non è tutto. Spesso essa ci fa adottare soluzioni vecchie per problemi nuovi, e noi continuiamo ad andare avanti senza capire che la vita è movimento e che ci troviamo sempre di fronte a nuove sfide.
Nell’antica Grecia, un carrettiere di nome Gordio fece un nodo talmente complicato che nessuno era capace di scioglierlo. Nacque allora la famosa leggenda: chi fosse riuscito a snodarlo, sarebbe stato il più potente degli uomini.
Molte persone tentarono, finché il giovane Alessandro passò per il tempio in cui si trovava il nodo. Provò, vide che non sarebbe riuscito a disfarlo, allora prese la sua spada e lo tagliò a metà. Pochi anni dopo, Alessandro divenne il signore supremo del più vasto impero che il mondo abbia conosciuto, e fu definito il Grande.
«Così non vale», avrà sicuramente detto qualcuno vedendo Alessandro tagliare il nodo. Ma perché non vale? Era solo una soluzione nuova per un problema antico.



(Paulo Coelho)
  Alexander cuts the Gordian Knot
  Jean-Simon Berthélemy (1743-1811)
 Ecole des Beaux-Arts, Paris, France
Quando si rimanda il raccolto, i frutti marciscono; ma quando si rimandano i problemi, essi non cessano di crescere.
(Paulo Coelho, Monte Cinque, traduzione di Rita Desti, Bompiani, Milano 1998)


giovedì 24 novembre 2011

L'abitudine ha ragione di ogni cosa – Julien Green

15 ottobre 1924
Dedicato a sei cardinali francesi
  1

I cattolici si sono tanto abituati alla loro religione, da non aver più bisogno di sapere se è vera o falsa, se ci cre­dono o no; e una siffatta fede, puramente meccanica, li ac­compagna fino alla morte.
2

Non si crede senza combatterci, ma essi contro se stessi non lottano; accettano il cattolicesimo come cosa sempli­ce e naturale; e finirebbero, se fosse possibile, per l'ucci­derlo.

3

Tuttavia, avendo ricevuto l'impronta della Chiesa, essi sono cattolici, e lo sono per sempre; la Chiesa, infatti, non fa nulla che non sia eterno; ma questi suoi figli, pur sotto­messi, hanno in sé il germe d'una potente corruzione. Non
cercate altrove i veri nemici della Chiesa cristiana, sebbe­ne essi credano d'esserne i difensori.

4

Sono stati allevati nel cattolicesimo, ci vivono, ci muoiono, ma non capiscono né ciò che rappresentano, né ciò che avviene intorno a loro, e nulla avvertono del mistero che li avvolge e li divide dal mondo.

5

Essi vivono nel mondo come se fossero del mondo; ep­pure ne sono stati separati per mezzo di segni e parole particolari; e se capiscono d'essere contrassegnati e nondi­meno si ribellano, essi non sono, per ciò, meno cattolici; e se si avviliscono, restano ancora cattolici, nella loro ca­duta e nella loro dannazione.

6

Usano essi stessi d'un segno il cui significato è terribile e per il quale possono riconoscersi; ma, per l'abitudine che ne hanno, non capiscono più ciò che vuol dire. Perciò so­no come i componenti di una congiura, i quali, pur facen­do un segnale stabilito, non sapessero poi a che cosa quel segno li obbligasse.

7

Leggono delle preghiere di cui ogni parola ha una gran­de importanza, e tuttavia le leggono come se in esse non si trattasse di loro, ma di altri, della vita di altri, della sal­vezza di altri; si direbbe che ignorino che vi si parla unica­mente della loro condanna a morte e della loro grazia; si direbbe che credano che il cattolicesimo fu fondato per gli altri e che se loro ne fanno parte, ciò avviene per pura combinazione o per giuoco.

8

Pregano senza riflettere che le loro preghiere saranno infallibilmente esaudite nel tempo e nel modo che piacerà a una sapienza superiore alla loro; ma quel tempo e quel modo piaceranno a loro?

9

Bisogna che quelle preghiere siano esaudite; le Scrittu­re hanno infatti detto: Qualunque cosa chiederete nel no­me mio... Oppure le Scritture si sono ingannate e, se s'in­gannano, non c'è cattolicesimo.

10

I cattolici fanno un contratto, che non può disdirsi, con una "parte" temibile; i termini, poi, del contratto sono oscuri, forse minacciosi. Chi prega ripete: Venga il tuo regno, e non conosce né la forza di Colui al quale si ri­volge, né la sua vera natura, né le sue intenzioni. Chi pre­ga non sa in qual modo si stabilirà "il regno" né se è una cosa che deve augurarsi e invocare, come fa, senza riflet­terci. Un giorno, forse, quelle meccaniche ma potenti ri­petizioni potrebbero alla fine attirare quel regno miste­rioso.

11

Chiedono e credono di pregare, ma il chiedere non è che una metà della preghiera: l'altra metà è la lode e il sa­luto e quest'altra metà oltrepassa la prima, nelle due ora­zioni principali della Chiesa cristiana: Sia santificato il tuo nome, Ti saluto, o Maria.

12

E' certo che otterranno ciò che chiedono, ma, ottenu­tolo, lo riconosceranno? Farebbero meglio dunque, per quanto è possibile, a limitarsi alla lode e al saluto. Essi invocano la salute, ottengono la malattia; ma è la stessa cosa: infatti chiedono un bene, ricevono un bene.

13

Chiedono cose terrestri e vien loro donato il corrispet­tivo in cose celesti. Dovrebbero chiedere vagamente, prudentemente, soprannaturalmente.

14

Vagamente, per dedurne una interpretazione misericordiosa; prudentemente, perché le loro parole hanno un po­tere inimmaginabile; soprannaturalmente, perché quelle preghiere non saranno suscettibili di trasformazione (co­me la malattia per la salute). Le preghiere della Messa hanno questo triplice carattere.

15

Le domande dell'orazione domenicale sono d'una ambiguità esemplare; sembrano precise, son vaghe. Dacci il nostro pane. Quale pane? Il pane dei fornai? quello spiri­tuale? Tu chiedi il nutrimento, e non sai se si tratta di cibo nel senso letterale o simbolico o dell'uno e l'altro insieme, ma chiedi il nutrimento, che è la vita, e la vita non ti può essere negata (Io sono la vita. Ogni cosa che chiede­rai nel nome mio...). Non ci inganniamo che chiedendo la morte. La tua preghiera è dunque prudente. Ed è anche vaga e soprannaturale.

16

Perdona come noi perdoniamo. Pensaci due volte. Tu chiedi e, al tempo stesso, ti leghi. Parli in modo soprannaturale e con apparente contraddizione, perché ti obietteranno che l'uomo non perdona. (Queste parole sono una pietra sulla via dei ciechi; bisogna che vi urtino).

17

Un uomo è in pericolo quando prega; lo è anche se pre­ga distrattamente; perché vi sono delle parole che non si possono pronunciare invano. Egli prega come se pregasse invano, ma nulla è vano, se non l'idea che ci si fa del cie­lo. Ciò che l'uomo dice pregando è magico.

18

La potenza d'una religione consiste nella sua magia. Le altre religioni hanno tenuta segreta la loro magia, non l'hanno confidato che ai loro iniziati; la religione cristiana ha rivelato a tutti quella cosa di cui le religioni pagane avrebbero fatto un mistero. Essa ha iniziato tutti ed iniziando tutti ha tenuto più segreta la propria dottrina che se l'avesse consegnata a libri indecifrabili, nascosti sotto una pietra, in fondo a un tempio inaccessibile. Un segre­to non è mai tanto bene custodito, come quando si tro­va esposto sotto gli occhi di tutti; allora perde le sue qua­lità, e il mondo che è attirato da ciò che è misterioso, ab­bandona la cosa resa pubblica, non si dà pensiero d'appro­fondirla e dimentica ciò che ne sa.

19

I cattolici vivono in mezzo al segreto e non ne sanno nulla. Essi sono assorbiti dal mondo, ciò che li occupa è il mondo. I loro sforzi tendono a conoscere il mondo e a conformarsi al mondo cosi strettamente, tanto da credersi che ne facciano parte; ma il più ignorante di loro pos­siede una scienza più profonda, più pura e più essenziale di tutta la scienza profana e delle sue ricerche e delle sue bizzarrie. Ciò bisognerebbe che lo sapesse; invece non ne sa nulla: qui la sua vera ignoranza.

20

Il massimo dell'abilità consiste nell'ingannare gli stessi iniziati, nel far creder loro che non sono iniziati o che so­no iniziati a cose di poco conto. Il massimo dell'abilità è di dare al mistero un'apparenza comune, di far si che il mondo sbadigli dalla noia nel sentirsi annunziare una co­sa che lo riguarda a tal punto, che un tempo, al tempo delle profezie, sarebbe morto per il dolore di non cono­scerla.

21

Se la verità cattolica avesse un aspetto strano, non mancherebbe di zelatori che per lei si farebbero tagliare a pezzi, ma ci siamo talmente abituati alla sua fisionomia, che non c'interessa più; perciò corriamo incontro a cose che ci sembrano più nuove e più curiose. Eppure essa è molto più meravigliosa di tutti gli errori di cui si rimpinzano i filosofi.

22

L'abitudine ha ragione d'ogni cosa. Se la testa della Gorgogna fosse appesa nel centro di Parigi, i francesi finirebbero per abituarsi a vederla. Essa ne pietrificherebbe qualcuno, ma i più si abituerebbero a guardare quell'orri­bile faccia senza sentirne spavento né provare alcuna spe­cie di malessere.

23

Se il cattolicesimo non ti commuove, se non ti spaventi per ciò che dice e per l'autorità che gli è data per dirlo, ringraziane il cielo, o incolpane la tua immaginazione debole, il tuo cuore inaccessibile.
 
(Julien Green)
Fonte: "Svegliarsi all'amore" di Julien Green, Edizioni Logos, dalla pag 27 alla pagina 34

Il buon ladrone,
particolare della Crocifissione (1475)
Antonello da Messina
Museo des Beaux Arts, Aversa