giovedì 31 maggio 2012

Guarda la stella, invoca Maria - San Bernardo *

O tu che nell’instabilità continua della vita presente
t’accorgi di essere sballottato tra le tempeste
senza punto sicuro dove appoggiarti,
tieni ben fisso lo sguardo al fulgore di questa stella
se non vuoi essere travolto dalla bufera.

Se insorgono i venti delle tentazioni
e se vai a sbattere contro gli scogli delle tribolazioni,
guarda la stella, invoca Maria!

Se i flutti dell’orgoglio, dell’ambizione,
della calunnia e dell’invidia
ti spingono di qua e di là, guarda la stella, invoca Maria!

Se l’ira, l’avarizia, l’edonismo
squassano la navicella della tua anima,
volgi il pensiero a Maria!

Se turbato per l’enormità dei tuoi peccati,
confuso per le brutture della tua coscienza,
spaventato al terribile pensiero del giudizio,
stai per precipitare nel baratro della tristezza,
e nell’abisso della disperazione, pensa a Maria!

Nei pericoli, nelle angustie, nelle perplessità, pensa a Maria, invoca Maria!

Maria sia sempre sulla tua bocca e nel tuo cuore.
E per ottenere la sua intercessione, segui i suoi esempi.

Se la segui non ti smarrerai,
se la preghi non perderai la speranza,
se pensi a lei non sbaglierai.

Sostenuto da lei non cadrai,
difeso da lei non temerai,
con la sua guida non ti stancherai,
con la sua benevolenza giungerai a destinazione.




(San Bernardo)






































Buona giornata a tutti. :-)







mercoledì 30 maggio 2012

Offerta della propria vita

Signore Gesù, sono qui dinanzi a te, in salute.
Sento la vita palpitare dentro di me,
e gioisco infinitamente contemplando il creato,
ascoltando il canto degli uccelli,
sperimentando la tenerezza di quanti mi circondano.
Il futuro si apre dinanzi come una ricca pianura
nella quale seminare i miei progetti,
realizzare i miei sogni, raccogliere le mie opere.
E, benché ne senta difficoltà,
faccio uno sforzo su me stesso per accettare che la mia vita finirà,
e che un giorno dovrò dar conto delle mie parole e delle mie azioni.
In quel giorno mi chiederai il più costoso ma il più bel sacrificio,
il sacrificio di tutto ciò che mi hai dato sulla terra.
Ma, in compenso, tu ti consegnerai a me interamente,
e secondo le tue promesse mi darai il centuplo
di quanto ho sacrificato per te.
Sin da ora, Signore, nel pieno uso della mia libertà,
con tutta la lucidità della mia mente,
con tutta la forza della mia volontà, ti presento,
come fascio di fiori appena colto,
i miei affetti e i miei sogni, le mie opere e i miei progetti.
Nelle tue mani pongo l'offerta della mia vita:
accetto la sua fine, quando e come vorrai.
Ti chiedo solo un dono: la tua grazia e la tua amicizia.

Tramonto sul mare di Bari
Quando la preghiera è alimentata dalla Parola di Dio, possiamo vedere la realtà con occhi nuovi, con gli occhi della fede e il Signore, che parla alla mente e al cuore, dona nuova luce al cammino in ogni momento e in ogni situazione. Noi crediamo nella forza della Parola di Dio e della preghiera. ...
A motivo della loro dignità, tutti gli esseri umani, in quanto sono persone, dotate cioè di ragione e di libera volontà e perciò investiti di personale responsabilità, sono dalla loro stessa natura e per obbligo morale tenuti a cercare la verità, in primo luogo quella concernente la religione.
(Dignitatis Humanae, dichiarazione del Concilio Ecumenico Vaticano II sulla libertà religiosa)

martedì 29 maggio 2012

Il silenzio - San Giovanni della Croce

Il silenzio è mitezza:
Quando non rispondi alle offese
Quando non reclami i tuoi diritti
Quando lasci a Dio la difesa del tuo onore

Il silenzio è misericordia:
Quando non riveli le colpe dei fratelli
Quando perdoni senza indagare nel passato
Quando non condanni ma intercedi nell'intimo

Il silenzio è pazienza:
Quando soffri senza lamentarti
Quando non cerchi consolazione dagli uomini,
ma attendi che il seme germogli lentamente


Il silenzio è umiltà:
Quando taci per lasciare emergere i fratelli
Quando celi nel riserbo i doni di Dio
Quando lasci che il tuo agire sia interpretato male
Quando lasci ad altri la gloria dell'impresa
 
Il silenzio è fede:

Quando taci perché è Lui che agisce
Quando rinunci alle voce del mondo per stare alla Sua presenza
Quando non cerchi comprensione perché ti basta essere conosciuto da Lui.

Il silenzio è saggezza:
Quando ricorderai che dovremo rendere conto di ogni parola inutile,
Quando ricorderai che il diavolo è sempre in attesa di una tua parola imprudente per nuocerti e uccidere.

Infine, il silenzio è adorazione:

Quando abbracci la Croce, senza chiedere il perché, nell’intima certezza che questa è l’unica via giusta.

(S. Giovanni della Croce)


  Certosa San Martino, Napoli, Chiostro Grande e Cimitero dei Monaci
1623-1630, Fanzago Cosimo





Molte volte, nella nostra preghiera, chiediamo a Dio di essere liberati dal male fisico e spirituale, e lo facciamo con grande fiducia. Tuttavia spesso abbiamo l’impressione di non essere ascoltati e allora rischiamo di scoraggiarci e di non perseverare. In realtà non c’è grido umano che non sia ascoltato da Dio e proprio nella preghiera costante e fedele comprendiamo con san Paolo che «le sofferenze del tempo presente non ostacolano la gloria futura che sarà rivelata in noi» (Rm 8,18). 

Benedetto XVI - Udienza Generale del 16 maggio 2012

lunedì 28 maggio 2012

I piedi di Pietro – don Tonino Bello

Carissimi,

tra le cose forti che oggi stanno emergendo nella coscienza cristiana, c’è il convincimento che i piedi dei poveri sono il traguardo di ogni serio cammino spirituale.

Abbiamo capito un po’ tutti, cioè, quando Gesù si curvò sulle prosaiche estremità dei sui discepoli, più che offrirci il buon esempio dell’umiltà, volle soprattutto farci vedere, attraverso i moduli espressivi del servizio, verso quali basiliche avremmo dovuto ormai indirizzare i nostri pellegrinaggi. Se, però, almeno in teoria, non si fa più fatica ad ammettere nel povero la presenza privilegiata in Dio, stentiamo ancora a capire che i piedi di Pietro sono il primo santuario dinanzi al quale dobbiamo cadere in ginocchio.

In termini di servizio, è ovvio. Non in termini di ossequio: chè di questo, anzi, ce n’è fin troppo nei confronti del “pescatore”.

Sì, ce l’ha fatto capire Gesù: anche Pietro è un povero. Oggi più che mai. Anzi, per usare la terminologia corrente, appartiene alla classe degli ultimi.

Noi non ce ne accorgiamo più, perché, a furia di difendere la tesi del “primato” di Pietro, abbiamo perso di vista che è il capostipite di quell' “ultimato” di poveri verso cui Gesù ha sempre espresso un amore preferenziale. Sta di fatto, comunque, che, benchè gli accoliti gli lavino ostentatamente le mani nei pontificali solenni, i piedi, però, non glieli lava nessuno. O almeno, sono rimasti in pochi quelli che riservano per lui l’amoroso gesto del Signore, dettato da amicizia senza lusinghe e suggerito da tenerezza senza adulazioni.

I più gli baciano “la scarpa”, o la “sacra pantofola”, come si diceva una volta.

In tanti vanno anche “ai piedi dell’Apostolo”. Magari “provoluti” per dirla alla latina. Ma senza brocca, catino e asciugatoio. Del resto, come farebbero a portarli, questi arnesi del servizio, se “provoluti” è un termine di raffinata cortigianeria che, tradotto in italiano, significa “striscianti nella polvere”? Povero Pietro. Forse sta scontando ancora gli effetti di quella iniziale resistenza, quando sottratto all’umido calcagno alla presa del Maestro, contestò caparbiamente: “Non mi laverai mai i piedi”! la sua voleva essere un’affettuosa protesta rivolta al Maestro. Ed è divenuta un’amara profezia rivolta al popolo dei suoi condiscepoli.

Carissimi fratelli, se vi scrivo queste cose è perché temo che, a Pietro, oggi non gli si voglia molto bene. Come se non bastasse il peso del mondo, gli incurviamo le spalle sotto il fardello delle nostre risse fraterne. Anche se in teoria non viene discusso il suo prestigio, la sua parola non viene sempre accolta con l’attenzione e con l’obbedienza che merita colui che ha ricevuto da Cristo l’incarico di confermare i fratelli nella fede. E non avviene di rado che, urtando le nostre barche sui fondali dell’accomodamento, i suoi inviti a prendere il largo vengono interpretati come involuzioni e chiusure.
Cadiamo una buona volta ai piedi di Pietro. Non per adorarlo come fece il centurione Cornelio. Ma per lavargli, quei piedi.
Oggi specialmente, che sono così stanchi per il tanto camminare sulle strade del mondo. Facciamogli sentire il tepore dell’acqua. Prendiamo l’asciugatoio che ha i profumi casalinghi dello spigo e delle melecotogne. Forse, mentre lo rinfrancheremo dalle sue fatiche con i gesti della tenerezza, cadute certe teorie puritane sullo spreco delle sue itineranze, ripeteremo pure noi i versetti di Isaia: “Come sono belli i piedi dei messaggeri che annunciano la pace!”.

Facciamoci raccontare, attorno a deschi fraterni, le meraviglie operate dal Signore sulle piazze, come accadeva un tempo, quando la gente accorreva da ogni parte conducendo gli ammalati perché, “al passaggio di Pietro anche solo la sua ombra coprisse qualcuno di loro”.

Diamo cadenze d’amore trepido alla nostra implorazione, come avveniva un tempo quando “era tenuto in prigione, e una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui”.

Stiamogli vicino, a questo fratello ultimo, che forse più di ogni altro ha bisogno della nostra carità. Forse, mentre l’acqua tintinnerà nel catino, egli proverà tanto ristoro dalla nostra appassionata premura, che ci mormorerà all’orecchio, come quella sera fece con Gesù: “Non solo i piedi, ma anche le mani e il capo”.
(don Tonino Bello)

"La profonda e rapida trasformazione delle cose esige, con più urgenza, che non vi sia alcuno che, non prestando attenzione al corso delle cose e intorpidito dall'inerzia, si contenti di un'etica puramente individualistica.
Il dovere della giustizia e dell'amore viene sempre più assolto per il fatto che ognuno, interessandosi al bene comune secondo le proprie capacità e le necessità degli altri, promuove e aiuta anche le istituzioni pubbliche e private che servono a migliorare le condizioni di vita degli uomini.
Vi sono di quelli che, pur professando opinioni larghe e generose, tuttavia continuano a vivere in pratica come se non avessero alcuna cura delle necessità della società.

(Papa Giovanni Paolo II, Enciclica Gaudium es Spes, n.30)


domenica 27 maggio 2012

Donne Appassionate – Cesare Pavese

Le ragazze al crepuscolo scendendo in acqua,
quando il mare svanisce, disteso. Nel bosco
ogni foglia trasale, mentre emergono caute
sulla sabbia e si siedono a riva. La schiuma
fa i suoi giochi inquieti,lungo l'acqua remota.


Le ragazze han paura delle alghe sepolte
sotto le onde, che afferrano le gambe e le spalle:
quant'è nudo, del corpo. Rimontano rapide a riva
e si chiamano a nome, guardandosi intorno.
Anche le ombre sul fondo del mare, nel buio,
sono enormi e si vedono muovere incerte,
come attratte dai corpi che passano. Il bosco
è un rifugio tranquillo, nel sole calante,
più che il greto, ma piace alle scure ragazze
star sedute all'aperto, nel lenzuolo raccolto.
Stanno tutte accosciate, serrando il lenzuolo
alle gambe, e contemplando il mare disteso
come un prato al crepuscolo. Oserebbe qualcuna
ora stendersi nuda in un prato? Dal Mare
balzerebbero le alghe, che sfiorano i piedi,
a ghermire e ravvolgere il corpo tremante.
Ci son occhi nel mare, che traspaiono a volte.

Quell'ignota straniera, che nuotava di notte
sola e nuda, nel buio quando la luna,
è scomparsa una notte e non torna mai più.
Era grande e doveva esser bianca abbagliante
perchè gli occhi, dal fondo del mare, giungessero a lei.


(Cesare Pavese)

Donne Tahitiane sulla spiaggia, 1892
Paul Gaugauin
Collezione Lehman, New York

Certo che le donne sono un’altra razza. Con la bandana o gli sguardi catarifrangenti da Barbie, con le grandi pance davanti o con l’uomo sbagliato addosso, innamorate di un gatto o tradite dall’ombra della felicità, abbandonate all’angolo di una piazza o tagliate da un improvviso dolore, si fermano un istante per piangere, poi sollevano il capo e riprendono la strada.
Sono maestre di dignità le donne.
Non bisogna lasciarsi distrarre dall’ondeggiare dei fianchi se vogliamo capire qualcosa di loro, dobbiamo soltanto guardarle negli occhi perché i loro occhi dicono quello che le bocche sanno tacere.
Sì, le donne sono un’altra razza.
Spesso ci camminano a fianco così leggere che neanche ce ne accorgiamo.
Quasi sempre, però, ci precedono e basterebbe solo seguirle per capirne di più.
Seguirle con poco orgoglio e molto rispetto.
Per essere più uomini. Un po’ più uomini, almeno.
Antonello De Sanctis [Nel mondo degli uomini]

sabato 26 maggio 2012

Il perdono è la legge - Santo Curato d'Ars

Il buon Dio perdonerà solamente coloro che avranno perdonato: è la legge.
I santi non nutrono né odio, né astio; essi perdonano tutto, anzi, ritengono sempre di meritare, per le offese che hanno arrecato al buon Dio, molto di più del male che viene loro fatto.
I cattivi cristiani, invece, sono vendicativi.
Quando si odia il proprio prossimo, Dio ci restituisce questo odio: è un atto che si ritorce contro di noi.
Un giorno dicevo ad una persona: “Ma allora non desidera andare in paradiso, dato che non vuole vedere quell’uomo!” - “Oh, sì che voglio andarci,tuttavia cercheremo di stare lontani l’uno dall’altro, in modo da non vederci”.
Non avranno di che preoccuparsi, poiché la porta del paradiso è chiusa all’odio. In paradiso non esiste il rancore.
Per questo, i cuori buoni e umili, che sopportano le ingiurie e le calunnie con gioia o indifferenza, cominciano a godere del loro paradiso in questo mondo; coloro, invece, che serbano rancore sono infelici: hanno l’espressione preoccupata ed uno sguardo che sembra divorare ogni cosa attorno a sé.
Ci sono persone che, in apparenza devote, se la prendono per la minima ingiuria, per la più piccola calunnia.
Si può essere santi da fare miracoli ma, se non si ha la carità, non si andrà in paradiso.

L’unico modo per spiazzare il demonio, quando questi suscita in noi sentimenti di odio verso coloro che ci fanno del male, è pregare subito per loro. Ecco come si riesce a vincere il male con il bene, ed ecco cosa significa essere santi.
(Omelia del Santo Curato d'Ars)


"Il maligno ha potere in questo mondo, lo vediamo e lo sperimentiamo continuamente; egli ha potere, perché la nostra libertà si lascia continuamente distogliere da Dio. Ma da quando Dio stesso ha un cuore umano ed ha così rivolto la libertà dell'uomo verso il bene, verso Dio, la libertà per il male non ha più l'ultima parola. Da allora vale la parola: « Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo » (Gv 16, 33). Il messaggio di Fatima ci invita ad affidarci a questa promessa. "
 (papa Benedetto XVI)


Buona giornata a tutti. :-)

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venerdì 25 maggio 2012

Due blocchi di ghiaccio – don Bruno Ferrero

C'erano una volta due blocchi di ghiaccio. Si erano formati durante il lungo inverno, all'interno di una grotta di tronchi, rocce e sterpaglie in mezzo ad un bosco sulle pendici di un monte. Si fronteggiavano con ostentata reciproca indifferenza. I loro rapporti erano di una certa freddezza. Qualche "buongiorno", qualche "buonasera". Niente di più. Non riuscivano cioè a "rompere il ghiaccio".
Ognuno pensava dell'altro: "Potrebbe anche venirmi incontro". Ma i blocchi di ghiaccio, da soli, non possono né andare né venire.
Ma non succedeva niente e ogni blocco di ghiaccio si chiudeva ancora di più in se stesso. Nella grotta viveva un tasso. Un giorno sbottò:"Peccato che ve ne dobbiate stare qui. E' una magnifica giornata di sole!". I due blocchi di ghiaccio scricchiolarono penosamente. Fin da piccoli avevano appreso che il sole era il grande pericolo. Sorprendentemente quella volta, uno dei due blocchi di ghiaccio chiese: "Com'è il sole?". "E' meraviglioso, è la vita!" rispose il tasso. "Puoi aprirci un buco nel tetto della tana... Vorrei vedere il sole..." disse l'altro. Il tasso non se lo fece ripetere. Aprì uno squarcio nell'intrico delle radici e la luce calda e dolce del sole entrò come un fiotto dorato. Dopo qualche mese, un mezzodì, mentre il sole intiepidiva l'aria, uno dei blocchi si accorse che poteva fondere un po' e liquefarsi diventando un limpido rivolo d'acqua. Si sentiva diverso, non era più lo stesso blocco di ghiaccio di prima. Anche l'altro fece la stessa meravigliosa scoperta. Giorno dopo giorno, dai blocchi di ghiaccio sgorgavano due ruscelli d'acqua che scorrevano all'imboccatura della grotta e, dopo poco, si fondevano insieme formando un laghetto cristallino, che rifletteva il colore del cielo. I due blocchi di ghiaccio sentivano ancora la loro freddezza, ma anche la loro fragilità e la loro solitudine, la preoccupazione e l'insicurezza comuni. Scoprirono di essere fatti allo stesso modo e di aver bisogno in realtà l'uno dell'altro. Arrivarono due cardellini e un'allodola e si dissetarono. Gli insetti vennero a ronzare intorno al laghetto, uno scoiattolo dalla lunga coda morbida ci fece il bagno. E in tutta questa felicità si rispecchiavano i due blocchi di ghiaccio che ora avevano trovato un cuore.



(don Bruno Ferrero)






Il monastero sulla sponda del fiume Piedra è circondato da una splendida vegetazione, è una vera oasi all'interno dei campi sterili di quella parte della Spagna. Là, il piccolo fiume diventa una magnifica corrente, e si divide in dozzine di cascate. L'errante sta camminando nei dintorni, ascoltando la musica dell'acqua. Improvvisamente, una grotta - dietro una cascata - cattura la sua attenzione. Studia le rocce, consumate dal tempo, e guarda attentamente le amabili forme create pazientemente dalla natura. 
E trova un verso di R. Tagore scritto su una placca: "Non è stato un martello a rendere le rocce così perfette, ma l'acqua, con la sua dolcezza, la sua danza e il suo suono". 
Dove la forza può solo distruggere, la gentilezza può scolpire.

(Paulo Coelho, I racconti del maktub)



Buona giornata a tutti. :-)






giovedì 24 maggio 2012

Convenzione dei feriti d’amore – Paulo Coehlo

 Disposizioni generali:

A – Considerando che è assolutamente corretto il detto: “tutto vale in amore e in guerra”;

B – Considerando che in guerra abbiamo la Convenzione di Ginevra, adottata il 22 agosto 1864, che definisce come debbano essere trattati i feriti sul campo di battaglia, mentre nessuna convenzione è stata promulgata fino a oggi per quanto riguarda i feriti d’amore, che sono in numero assai maggiore;

Si decreta che:

Art. 1 – Tutti gli amanti, di ogni sesso, sono avvisati che l’amore, oltre a essere una benedizione, è anche qualcosa di estremamente pericoloso, imprevedibile, capace di arrecare danni seri. Di conseguenza, chi si propone di amare deve sapere che espone il proprio corpo e la propria anima a vari tipi di ferite, e non potrà incolpare il proprio partner in alcun momento, giacché il rischio è lo stesso per entrambi.

Art. 2 – Una volta colpito da una freccia vagante dell’arco di Cupido, deve in seguito chiedere all’arciere di scagliare la stessa freccia nella direzione contraria, in modo da non sottoporsi alla ferita conosciuta come “amore non corrisposto”. Qualora Cupido rifiuti tale gesto, la Convenzione che ora si promulga impone al ferito di togliere immediatamente la freccia dal proprio cuore e gettarla nella spazzatura. Per riuscirci, egli deve evitare telefonate, messaggi tramite internet, invio di fiori che finirebbero per essere restituiti, od ogni e qualsiasi mezzo di seduzione, giacché questi ultimi possono dare risultati a breve termine, ma finiscono sempre per non funzionare con il passare del tempo. La Convenzione decreta che il ferito debba immediatamente cercare la compagnia di altre persone, tentando di controllare il pensiero ossessivo “vale la pena lottare per questa persona”.

Art. 3 – Qualora il ferimento provenga da terzi, ossia, quando l’essere amato ha provato interesse per qualcuno che non si trovava nella rotta previamente stabilita, è espressamente proibita la vendetta. In questo caso, è permesso l’uso di lacrime fino a che gli occhi si seccano, alcuni pugni contro il muro o il guanciale, conversazioni con amici in cui si può insultare l’antico(a) compagno(a), addurre la sua totale mancanza di gusto, ma senza diffamare il suo onore. La Convenzione determina che venga altresí applicata la regola dell’Art. 2: cercare la compagnia di altre persone, preferibilmente in luoghi diversi da quelli frequentati dall’altra parte.

Art. 4 – In caso di ferite leggere, qui classificate come piccoli tradimenti, passioni fulminanti che non durano a lungo, disinteresse sessuale passeggero, si deve applicare con generosità e rapidità il medicamento chiamato Perdono. Una volta applicato tale medicamento, non si deve tornare indietro neanche una volta, e il tema deve essere completamente dimenticato, non essendo mai piú utilizzato come argomento in un litigio o in un momento di odio.

Art. 5 – In tutti i ferimenti definitivi, detti anche “rotture”, l’unico medicamento in grado di fare effetto si chiama Tempo. Non serve cercare consolazione con cartomanti (che dicono sempre che l’amore perduto ritornerà), libri romantici (sempre con un lieto fine), novelle in TV o cose de genere. Si deve soffrire intensamente, evitando assolutamente droghe, calmanti, preghiere ai santi. L’alcool è tollerato per un massimo di due bicchieri di vino al giorno.

Determinazione finale: i feriti d’amore, al contrario dei feriti nei conflitti armati, non sono vittime né aguzzini. Hanno scelto qualcosa che fa parte della vita, e pertanto devono affrontare l’angoscia e l’estasi della propria scelta.

E coloro che non sono mai stati feriti dall’amore non potranno mai dire: “ho vissuto”.
Perché non hanno vissuto.
(Paulo Coelho)
Fonte: "Guerriero della Luce"

Toulouse-Lautrec
 Il bacio

Ho voglia di innamorarmi ancora.
I primi messaggi, le prime parole imbarazzate.
I primi baci.
Le prime volte.
Nuove mani che si cercano.
Nuove bocche che si assaporano.
Nuovi odori.
Nuovi occhi, nuovi sorrisi.
Nuovi ti amo.
Nuovi ti voglio.
Ho bisogno di un nuovo amore.
Ho bisogno di sentire le farfalle nello stomaco.
Ho bisogno di toccare un’altra schiena.

(anonimo, dal web)

mercoledì 23 maggio 2012

Lettera ai giovani sulla sessualità (4) - Padre Andrea Gasparino

3 • EDUCARSI ALL'AMORE

Parlo di amicizie. Devi processare le tue amicizie con serenità e con garbo, ma devi farlo, perché l'amicizia deve farti crescere, non imprigionarti nella tua debolezza.

L'amicizia è uno dei doni più grandi che Dio fa all'uo­mo, è un dono delicato che esige cure e attenzioni. L'amicizia è un dono meraviglioso di Dio, per formar­ci all'amore.

L'amore! La parola umana più profanata, la più bel­la e la più maltrattata, la più semplice e la più fraintesa. L'amore è rispetto della persona, non scatenamento dei propri egoismi. Quando sentite la parola amore siete tal­mente abituati alla sua profanazione, che subito il pen­siero vi porta a qualcosa di negativo.

Bisogna assolutamente verificare le nostre idee sull'a­more. Tutti! perché tutti nasciamo per amare.

Quand'è che un ragazzo ama una ragazza?

Quando cerca il suo bene, il suo vero bene. Il suo vero bene però non sta in quel che piace a te, sta in quel che piace a Dio:

sei fragile? Devi diventare forte, e io ti devo aiutare;

hai un bisogno reale? Io ti aiuto a colmarlo, ma non approfitto di te per i miei egoismi;

sei bella? Ma prima di scegliere la tua bellezza scelgo la tua persona, scelgo i valori profondi che ci sono in te.

L'attrazione fisica non è la profondità dell'amore, è un coefficiente abbastanza secondario dell'amore. Quan­do avrai scelto la compagna della tua vita, se l'hai scelta nell'amore vero, tu le sarai legato anche quando la sua bellezza sparirà.

Tu hai scelto la sua persona, non la sua giovinezza, non la sua bellezza, non il suo fascino, anche se tutti que­sti elementi hanno avuto il loro ruolo per la tua scelta.

E la prova qual è, se hai scelto la persona più che le sue qualità esteriori? La prova è che sei pronto a qua­lunque sacrificio per lei. L'amore è donarsi nella gioia, ma anche nel sacrificio. Finché non sei pronto al sacrificio dei tuoi gusti, il tuo non è amore autentico.

Quando vedo che certi ragazzi vanno al matrimonio con una spensieratezza completa, come se andassero a uno spettacolo rock, mi gela il sangue nelle vene, perché mi domando: quanto tempo starà in piedi quel matrimo­nio? Cosa ne sarà dei loro bambini se ne avranno?

Sì, perché troppi ragazzi vanno al matrimonio senza essere capaci di amare, senza aver capito che amare è do­narsi fino al sacrificio.

Nessuno ha detto loro che amare è:

- sacrificarsi, rinnegarsi, rispettare i gusti dell'al­tro,

- tacere quando si ha una voglia matta di parlare,

- rinunciare a tutti i propri capricci,

- saper rispondere a tutti i bisogni,

-saper indovinare i desideri,

- cercare in ogni momento il vero bene dell'altro ri­nunciando al proprio tornaconto e alle proprie scelte,

- sapersi donare, cambiare la tua esistenza in dono! E questo non per un giorno, ma per la vita intera.

Ec­co, tutto questo è amare.

La formazione del carattere

Così, l'amore esige prima del matrimonio una revisio­ne seria, un'adeguata formazione del carattere. Chi va al matrimonio senza aver formato il carattere è un po­veretto, come chi si sposa e non ha nemmeno la casa.

Se il tuo carattere si accende come un fiammifero alla prima contraddizione, come farai a reggere quando na­sceranno i contrasti profondi tra te e lei?

Anche la formazione del carattere è amore: devi li­marlo in modo da saper convivere e rispettare le angola­ture degli altri.

Se il tuo carattere è sempre in frizione, il tuo matri­monio starà poco ad andarsene a gambe levate.

E la formazione all'amore, non sognare di farla sei mesi prima del tuo matrimonio: la devi iniziare al più pre­sto, subito.

Comincia ad amare in casa, ma seriamente. Comin­cia a sacrificarti in casa, seriamente, e senza crederti un eroe.

La tua casa è un'ottima palestra per addestrarti ad amare, e per limare il tuo carattere. Più presto cominci, migliore sarà il tuo matrimonio.

(continua)

(Padre Andrea Gasparino)
1°) http://leggoerifletto.blogspot.it/2012/04/lettera-ai-giovani-sulla-sessualita.html
2°) http://leggoerifletto.blogspot.it/2012/04/lettera-ai-giovani-sulla-sessualita-2.html
3°) http://leggoerifletto.blogspot.it/2012/05/lettera-ai-giovani-sulla-sessualita-3.html

Lorenzo Lotto (1480-1557)
Madonna col Bambino e S.Giovannino, particolare (1518)


Dannazione ragazzo, non innamorarti di una ragazza solo perchè ha un bel culo, o una terza piazzata bene. Non innamorarti solo perchè ha belle forme, quelle con il tempo andranno a farsi fottere. Piuttosto, innamorati del profumo della sua pelle, dell'emozioni che ti regala con un sorriso. Innamorati dei suoi abbracci e delle sue carezze. Innamorati delle sue imperfezioni, rendile uniche e inimitabili. Cogli la sua vera essenza, ubriacati di lei. Non badare alle forme, scava nel suo animo e arriva fino al centro del suo cuore. Innamorati di questo, perchè è l'unica cosa che troverai sempre.
(Bob Marley)

martedì 22 maggio 2012

Preghiera per i casi impossibili e disperati

O cara Santa Rita,
nostra Patrona anche nei casi impossibili e Avvocata nei casi disperati,
fate che Dio mi liberi dalla mia presente afflizione.............,
e allontani l'ansietà, che preme così forte sopra il mio cuore.
Per l'angoscia, che voi sperimentaste in tante simili occasioni,
abbiate compassione della mia persona a voi devota,
che confidentemente domanda il vostro intervento
presso il Divin Cuore del nostro Gesù Crocifisso.
O cara Santa Rita,
guidate le mie intenzioni
in queste mie umili preghiere e ferventi desideri.
Emendando la mia passata vita peccatrice
e ottenendo il perdono di tutti i miei peccati,
ho la dolce speranza di godere un giorno
Dio in paradiso insieme con voi per tutta l'eternità.
Così sia.
Santa Rita, Patrona dei casi disperati, pregate per noi.
Santa Rita, Avvocata dei casi impossibili, intercedete per noi.

3 Pater, Ave e Gloria
Era un venerdì santo e Rita aveva ascoltato una commovente predica sulla passione del Signore Gesù:
"Ritornata che fu al monastero, si gettò immediatamente a’ piedi d’un Crocifisso, ivi orando, ivi meditando con ogn’affetto di cuore... Lo pregava con abbondantissime lacrime, ed ardentissimi prieghi, ed accese parole, che dal suo infiammato cuore le uscivano, dimandò a Giesù Christo che le facesse grazia di sentire e provare nel corpo suo con dolore simile a quello che Giesù Christo haveva sentito per una delle spine della sua sacratissima corona... e meritò d’esser esaudita, perché nel mezzo della sua fronte sentì non solamente il dolore di pungenti spine, ma ancora ve ne rimase una, la quale fece una ferita e si convertì in piaga, che le durò tutto il tempo di sua vita