martedì 31 dicembre 2013

L'ultimo giorno dell'anno - don Luigi Giussani


L’ inno dell’ultimo giorno dell’anno liturgico è il Christe, cunctorum dominator, Cristo dominatore di tutte le cose, che esprime una verità sterminata, perché anche i capelli del nostro capo sono numerati e non cade passero senza che entri in questo possesso, e il più piccolo fiore del campo entra in questo possesso, e non c’è respiro che non entri in questo possesso. 
E questo l’oggetto proprio della fede, perché, che esista il mistero, che esista Dio, che esista una ricognizione del bene e del male finale, queste sono cose ovvie per tutti gli uomini che non sono fuorviati dal dominio della mentalità comune. 
Ma che tutto sia signoria di Cristo, di questo uomo nato da una donna, questo non è così ovvio, se non avviene quel gesto supremo di apertura e di dedizione che nell’uomo si chiama fede. 
È come se dopo un lungo sguardo uno incominciasse a capire… allora la prima parola che può essere detta è la parola «Tu»: Tu, o Cristo. 
Di fronte al mistero assolutamente sconosciuto nella sua modalità originale, nel suo destino finale, nella sua consistenza attuale, la prima parola che la Madonna ha potuto dire appena l’angelo se ne partì da lei è stata certamente questo «Tu» a ciò che aveva in seno e non poteva immaginare in nessun modo.

(don Luigi Giussani)


"...abbiate il gusto delle giaculatorie, che sono gli adempimenti che Dio ottiene per se stesso nel vuoto, nella distrazione altrimenti vasta delle nostre giornate. La giaculatoria che vi raccomando per la vostra sanità, perché la permanenza della fede e della carità in voi sia più assicurata, è: Veni Sancte Spiritus, veni per Mariam."

- don Luigi Giussani - 



Te Deum laudamus:

te Dominum confitemur.

Te aeternum patrem,

omnis terra veneratur.
Tibi omnes angeli,
tibi caeli et universae potestates:
tibi cherubim et seraphim,
incessabili voce proclamant:
"Sanctus, Sanctus, Sanctus
Dominus Deus Sabaoth.
Pleni sunt caeli et terra
majestatis gloriae tuae."
Te gloriosus Apostolorum chorus,
te prophetarum laudabilis numerus,
te martyrum candidatus laudat exercitus.
Te per orbem terrarum
sancta confitetur Ecclesia,
Patrem immensae maiestatis;
venerandum tuum verum et unicum Filium;
Sanctum quoque Paraclitum Spiritum.
Tu rex gloriae, Christe.
Tu Patris sempiternus es Filius.
Tu, ad liberandum suscepturus hominem,
non horruisti Virginis uterum.
Tu, devicto mortis aculeo,
aperuisti credentibus regna caelorum.
Tu ad dexteram Dei sedes,
in gloria Patris.
Iudex crederis esse venturus.

Te ergo quaesumus, tuis famulis subveni,
quos pretioso sanguine redemisti.
Aeterna fac
cum sanctis tuis in gloria numerari.
Salvum fac populum tuum, Domine,
et benedic hereditati tuae.
Et rege eos,
et extolle illos usque in aeternum.
Per singulos dies benedicimus te;
et laudamus nomen tuum in saeculum,
et in saeculum saeculi.
Dignare, Domine, die isto
sine peccato nos custodire.
Miserere nostri, Domine,
miserere nostri.
Fiat misericordia tua, Domine, super nos,
quem ad modum speravimus in te.
In te, Domine, speravi:
non confundar in aeternum.






In tutti questi anni ho cambiato molte case e loro hanno cambiato me.
Eppure nessun tetto, nessun appartamento, nessuna stanza è mai stata la mia dimora.
Perchè in Te solo la mia anima riposa; in Te solo possono abitare i miei giorni.



L'incredibile forza della natura. 

"La tempesta di mare" (Porto, Portogallo nel gennaio 2013)

Una delle foto più belle dell'anno.



Solo chi ha il coraggio di scrivere la parola fine, può trovare la forza per scrivere la parola inizio.
(pensiero Zen)

Auguri di Buon Fine anno!!!!


lunedì 30 dicembre 2013

Ringraziamento di fine anno - don Tonino Bello

Eccoci, Signore, davanti a te. 
Col fiato grosso, dopo aver tanto camminato. 

Ma se ci sentiamo sfiniti, 
non è perché abbiamo percorso un lungo tragitto, 
o abbiamo coperto chi sa quali interminabili rettilinei. 

È perché, purtroppo, molti passi, 
li abbiamo consumati sulle viottole nostre, e non sulle tue: 
seguendo i tracciati involuti della nostra caparbietà faccendiera, 
e non le indicazioni della tua Parola; 
confidando sulla riuscita delle nostre estenuanti manovre, 
e non sui moduli semplici dell'abbandono fiducioso in te. 

Forse mai, come in questo crepuscolo dell'anno, 
sentiamo nostre le parole di Pietro: 
"Abbiamo faticato tutta la notte, 
e non abbiamo preso nulla". 

Ad ogni modo, vogliamo ringraziarti ugualmente. 
Perché, facendoci contemplare la povertà del raccolto, 
ci aiuti a capire che senza di te, 
non possiamo far nulla. Ci agitiamo soltanto. 

Ma ci sono altri motivi, Signore, che, al termine dell'anno, 
esigono il nostro rendimento di grazie. 

Ti ringraziamo, Signore, 
perché ci conservi nel tuo amore. 
Perché continui ad avere fiducia in noi. 

Grazie, perché non solo ci sopporti, 
ma ci dai ad intendere che non sai fare a meno di noi. 

Grazie, Signore, perché non finisci di scommettere su di noi. 
Perché non ci avvilisci per le nostre inettitudini. 

Anzi, ci metti nell'anima un cosi vivo desiderio di ricupero, 
che già vediamo il nuovo anno 
come spazio della speranza e tempo propizio 
per sanare i nostri dissesti. 

Spogliaci, Signore, di ogni ombra di arroganza. 
Rivestici dei panni della misericordia e della dolcezza. 
Donaci un futuro gravido di grazia e di luce 
e di incontenibile amore per la vita. 

Aiutaci a spendere per te 
tutto quello che abbiamo e che siamo. 
E la Vergine tua Madre ci intenerisca il cuore. 
Fino alle lacrime.

(+don Tonino Bello)




"C'è un tempo per tacere e c'è un tempo per parlare. Quello che oggi stiamo vivendo è il tempo per parlare. E voglia il cielo che tutti ci persuadiamo di questa verità: che delle nostre parole dobbiamo rendere conto davanti al tribunale della storia, ma dei nostri silenzi dobbiamo rendere conto davanti al tribunale di Dio".


- don Tonino Bello - 














"Non è un cristianesimo credibile il nostro se ce lo giochiamo soltanto nel rito. E poi la nostra vita non cambia, non cambia la logica interna, non mutano tutti i meccanismi perversi che abbiamo nel cervello. Se non cambia qui la nostra vita cristiana, possiamo celebrare tutti i Congressi che vogliamo: saranno soltanto la passerella della nostra superbia, clericale o ecclesiale, e basta!".



Vi benedico da un altare scomodo,
ma carico di grazia.
Vi benedico da un altare coperto
da penombre, ma carico di luce.
Vi benedico da un altare circondato
di silenzi, ma risonante di voci.
Sono le grazie, le luci dei mondi,
dei cieli e delle terre nuove che,
con la Resurrezione, irrompono
nel nostro vecchio mondo
e lo chiamano a tornare giovane.

Don Tonino, vescovo














domenica 29 dicembre 2013

Cos'è il morire?- Bishop Brent


Cos'è il morire?
Me ne sto sulla riva del mare, una nave apre le vele alla brezza del mattino e parte per l'oceano.
E' uno spettacolo di rara bellezza e io rimango ad ossservarla fino a che svanisce all'orizzonte e qualcuno accanto a me dice: "E' andata!".
Andata! Dove? E' sparita dalla mia vista: questo è tutto.
Nei suoi alberi, nella carena e nei pennoni essa è ancora grande come quando la vedevo, e come allora è in grado di portare a destinazione il suo carico di esseri viventi.
Che le sue misure si riducano fino a sparire del tutto è qualcosa che riguarda me, non lei, e proprio nel momento in cui qualcuno accanto a me dice: "E' andata!" 

Ci sono altri che stanno scrutando il suo arrivo, e altri voci levano un grido di gioia: "Eccola che arriva!".
E questo è il morire.

(Bishop Brent)



La vita si dilegua.
La fede mi fa sentire la vicinanza dei miei cari defunti, come si sente nel silenzio il battito del cuore di un amico che veglia su di noi. La persuasione che presto mi incontrerò con i loro sguardi mi incoraggia a vivere in modo da non dover arrossire dinanzi a loro e non mi rincresce più lasciar questo mondo.

O fede! Come consoli l'anima in questi giorni in cui tutto è mestizia e dolore! Ogni foglia che cade mi avverte che la vita si dilegua: ogni rondine che emigra mi ricorda i miei cari che lasciarono la terra per l'eternità e mentre la natura non mi parla che di dolore, la fede non mi parla che di speranza.

(S. Luigi Orione)




Se vuoi vivere leggero e sereno, familiarizza col pensiero della morte. Non è la fine della vita, ma la nascita. La morte è una porta.

(Dugpa Rimpoce)



Che cosa vuol dire coltivare e custodire la terra? Noi stiamo veramente coltivando e custodendo il creato? Oppure lo stiamo sfruttando e trascurando? Il verbo "coltivare" mi richiama alla mente la cura che l’agricoltore ha per la sua terra perché dia frutto ed esso sia condiviso: quanta attenzione, passione e dedizione! Coltivare e custodire il creato è un’indicazione di Dio data non solo all’inizio della storia, ma a ciascuno di noi; è parte del suo progetto; vuol dire far crescere il mondo con responsabilità, trasformarlo perché sia un giardino, un luogo abitabile per tutti. Benedetto XVI ha ricordato più volte che questo compito affidatoci da Dio Creatore richiede di cogliere il ritmo e la logica della creazione. Noi invece siamo spesso guidati dalla superbia del dominare, del possedere, del manipolare, dello sfruttare; non la "custodiamo", non la rispettiamo, non la consideriamo come un dono gratuito di cui avere cura. Stiamo perdendo l’atteggiamento dello stupore, della contemplazione, dell’ascolto della creazione; e così non riusciamo più a leggervi quello che Benedetto XVI chiama "il ritmo della storia di amore di Dio con l’uomo". Perché avviene questo? Perché pensiamo e viviamo in modo orizzontale, ci siamo allontanati da Dio, non leggiamo i suoi segni.

Papa Francesco

                                                                   A cosa serve vivere

Basta! Sono stanco morto, stanco di pensare troppo.
Come un uccello folle la mia testa gira e rigira a vuoto,
e si imbatte nelle griglie dei mille perché della mia vita.
Ci sono troppe domande, e sempre nessuna risposta!
Perché questa vita stereotipata con i minuti che spingono le ore, le ore che spingono i giorni,
i giorni che spingono i mesi, e poi, tutto ricomincia automaticamente?
Qual è il senso della mia vita?
Sarà per lo studio? E poi? Per la laurea? E poi? 

Per il lavoro? Per il denaro? Per le vacanze?
Per la pensione? E poi? E poi? 
Per il nulla quando si pensava di avere raggiunto il tutto!
Signore, siamo giovani bulimici di avere e anoressici di essere!
Appena sono nato, piccolo pargolo,
mi hanno colmato con il prezzo dei loro giocattoli;
mi hanno nutrito sempre preoccupati se ero sazio abbastanza;
mi hanno vestito con magliette e scarpe alla moda;
mi hanno dato tutto perché non mi mancasse niente...
...e adesso sono vuoto, privo di senso,
con una vita piena di avere e povera di essere!
Tu mi hai detto Signore, «una cosa ti manca: vai,
vendi quello che hai e dallo ai poveri
e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi!».
Donami, Signore, la forza per diventare come Francesco:
povero nel suo saio ed estraneo a qualsiasi moda;
pellegrini tranquillo lungo la strada verso l'eternità;
lontano dalla gabbia dorata di una vita comoda;
irradiazione di gioia cibandosi di nulla;
felice, pur essendo privo di tutto;
pazzo, dopo l'incontro con Te senza il quale non si può Essere;
pazzo come lui, per essere me stesso e felice.

padre Stefano dell'abbazia di Sant'Antimo






sabato 28 dicembre 2013

“Il Natale deve andarsene” (1933) - Gilbert Keith Chesterton

Il Natale è assolutamente inadatto al mondo moderno.
Presuppone la possibilità che le famiglie siano unite, o si riuniscano, e persino che gli uomini e le donne che si sono scelti si parlino. Così, migliaia di spiriti giovani e avventurosi, pronti ad affrontare i fatti della vita umana e a incontrare la vasta varietà di uomini e donne come sono realmente, altrettanto pronti a volare fino ai confini della terra e a tollerare ogni qualità stravagante o accidentale dei cannibali o degli adoratori del demonio, sono crudelmente obbligati ad affrontare un’ora – no: talvolta persino due ore! – in compagnia di uno zio Giorgio o di qualche zia di Cheltenham che non trovano particolarmente simpatici.
Non si possono, in tempi come i nostri, sopportare tali abominevoli torture. 
Una fraternità più ampia, una sensibilità più vera, ha già insegnato a ogni donna giovane e ardente – con sufficiente ricchezza e tempo libero a disposizione – a sentirsi elettrizzata al solo pensiero di fare colazione con un malvivente, di pranzare con uno sceicco o cenare con un Apache a Parigi.
È quindi intollerabile che tale sensibilità possa patire il trauma della comparsa inaspettata della propria madre, se non addirittura quella del proprio figlio.
Nessuno ha mai neanche ipotizzato che i «Genitori» fossero inclusi in quella bellissima astrazione democratica chiamata «Popolo». Né che il concetto di fratellanza potesse estendersi ai propri fratelli.
Comunque, come dicevo, il Natale è inadatto alla vita moderna: la sua attenzione alla famiglia al completo fu concepita senza tener conto della dimensione e delle comodità dell’hotel moderno; il suo retaggio di rituali prescindeva dall’attuale consuetudine consolidata di conformarsi all’anticonformismo; il suo appello all’infanzia era in conflitto con le idee più progressiste sul concepimento; in base al Natale, i Bright Young Things dovrebbero sempre sentirsi vecchi e parlare come se fossero insulsi.
Quella scuola di buone maniere più libera e più schietta, che consiste nell’annoiarsi con chi c’è e nel dimenticare chi non c’è, è irrisa, nella sua prima parte, dalla vecchia abitudine di bere alla salute di qualcuno e di scambiarsi gli auguri, e, nella seconda parte, dall’abitudine di scrivere lettere o spedire cartoline di Natale. Sotto il peso di tali scambi tribali e collettivi, è impossibile preservare la fine sfumatura, la delicata raffinatezza che contraddistingue le maniere moderne: quella in accordo alla quale ci si dimentica del vicino della porta accanto se incontrato per strada e, semplicemente, lo si ignora se è seduto con noi a tavola.
Come potevamo aspettarci di estendere una tradizione che si basava sull’ospitalità a quel felice intermezzo nel mondo moderno e alla moda che ha rimpiazzato l’ospitalità con la violazione di domicilio?
Qualche variazione di frasario era senza dubbio necessaria: volendo essere precisi e rigorosi, si è chiamato «imbucarsi» quando fatto dalle classi superiori, e «violazione di domicilio» quando fatto dalle classi più umili. Ma il ladro che tracanna il tuo whisky senza che sia stato invitato a berne un bicchiere, e un esponente dei Bright Young Things che tracanna il tuo champagne senza che sia stato invitato a berne un bicchiere hanno inconsciamente unito le loro forze nella grande urgenza, sentita dal mondo più avanzato e progressista, di spazzar via la vecchia superstizione dell’ospitalità.
L’ospitalità ha comunque un centinaio di orrende implicazioni.
Comporta, per esempio, che la mia casa appartenga più a me più che a un giornalista intervistatore di un’agenzia di stampa miliardaria di Detroit. Per quanto calorosamente e con affetto io possa intrattenere e abbracciare una tale persona, c’è comunque un bizzarro pregiudizio legato alla situazione che frulla nella sua testa – per non dire ciò che accade nella mia –: la vecchia, inspiegabile e raccapricciante credenza di trovarsi nella casa di qualcun altro. Sarebbe senza dubbio liberato da quell’imbarazzo se ci incontrassimo in un grande hotel, o in una sala da tè ancora più grande e impersonale, o in una biblioteca pubblica, o in un ufficio postale, o nei corridoi ventosi di una stazione della metropolitana. I soli nomi di questi luoghi bastano a evocare quel calore più ricco, quella fraternità più piena, quel senso di altruismo fervente a tutti i livelli di rapporto umano, che sopraggiungono una volta che gli uomini abbiano rinunciato alla proprietà privata.
In ogni caso, non è necessario aggiungere altro alla lista delle prove che il Natale non sia adatto a questa vita più piena e più emancipata.
Il Natale deve andarsene! È letteralmente inadatto a questo grande futuro che si sta aprendo dinanzi a noi. 
Il Natale non è fondato sulla grande concezione comunitaria che solo nel comunismo può trovare la sua espressione finale.
Il Natale non favorisce veramente una più alta, più salutare e più vigorosa espansione del capitalismo.
Non ci si può aspettare che il Natale si adatti alle moderne speranze di un grande futuro sociale.
Il Natale contraddice il pensiero moderno ed è un ostacolo al progresso moderno.
Radicato nel passato, e persino nel passato remoto, quale utilità può avere per un mondo in cui l’ignoranza storica è l’unica prova evidente della conoscenza scientifica? Nato da miracoli che sono stati raccontati più di duemila anni fa, non può certo aspettarsi di fare colpo su quel robusto senso comune che resiste baldanzoso persino dinanzi all’evidenza più chiara e palpabile dei miracoli che accadono in questo istante.
Ovviamente, avendo a che fare con questioni puramente psichiche, non è di alcun interesse per gli psicologi; avendo determinato l’atmosfera morale di milioni di persone per più di sedici secoli, non è di alcun interesse in un’epoca che si occupa di medie e di statistiche.
Il Natale è inerente alla più felice delle nascite, ma è il principale nemico dell’eugenetica; porta con sé una tradizione di verginità volontaria, ma non contiene alcuna indicazione pratica per la sterilizzazione obbligatoria.
Su ogni punto lo scopriamo in opposizione con quel grande movimento progressivo grazie al quale – lo sappiamo bene – l’etica si trasformerà in qualcosa di più etico e di più libero da tutte le distinzioni etiche.
Il Natale non è moderno, il Natale non è marxista, il Natale non è modellato sulla falsariga di quella grande era della Macchina che promette alle masse un’epoca di felicità e di prosperità ancor più intense di quella cui fino adesso le ha condotte.
Il Natale è medievale, essendo sorto agli albori dell’Impero Romano.
Il Natale è una superstizione. Il Natale è un relitto del passato.
Ma è veramente necessario continuare a elencare i motivi per lodare il Natale? Tutti i suoi doni e le sue glorie sono icasticamente compendiate in un dato già a sufficienza tratteggiato: il suo essere un fastidio per tutte quelle persone che si riempiono la bocca delle assurdità del nostro tempo.
È un motivo d’irritazione per tutti gli uomini che hanno perso i loro istinti, la qual cosa corrisponde davvero all’equivalente intellettuale del perdere i propri sensi. È un fastidio perenne per i tutti cafoni: che siano essi magnati dell’industria, o dell’informazione e del giornalismo internazionale, o di ogni altra cosa che appartiene all’odierno paradiso dei cafoni.
È una sfida lanciata alla cafonaggine, perché ci ricorda l’esistenza di un mondo più grazioso fatto di cortesia e rispetto, e di abitudini che postulavano una sorta di dignità nelle relazioni umane. È un rompicapo per i saccenti, i quali – invischiati da un gelido odio in una contraddizione perenne e senza uscita – non sanno decidersi fra il denunciare il Natale perché è una Messa [Nota de Gli scritti, in inglese Christmas vuol dire letteralmente Messa di Cristo, cioè Messa di Natale] – o, peggio, una mera messinscena papista –, e il cercare di provare allo stesso tempo che si tratta, in realtà, di una festa integralmente pagana, e che, quindi, era un tempo degna di ammirazione, come qualsiasi altra cosa inventata dai pirati della Scandinavia pagana.
Il Natale continua a ergersi dritto, integro e spiazzante: per noi rappresenta una cosa ben precisa, per gli altri un marasma d’incongruenze. 
Il Natale giudica il mondo moderno, perciò vogliono che se ne vada. Infatti sta andando. E forte.

(Gilbert Keith Chesterton)


Fonte: dal sito della rivista Tempi un testo di Gilbert Keith Chesterton pubblicato il 26/12/2013. Il brano “Il natale deve andarsene” (1933) della raccolta “Lo spirito di Natale” di Gilbert Keith Chesterton. L’opera, edita da D’Ettoris Editori e pubblicata a ottobre, è a cura di Maurizio Brunetti. 


Se l'uomo riceverà senza vana superbia l'autentica gloria che viene da ciò che è stato creato e da colui che lo ha creato cioè da Dio, l'onnipotente, l'artefice di tutte le cose che esistono, e se resterà nell'amore di lui in rispettosa sottomissione e in continuo rendimento di grazie, riceverà ancora gloria maggiore e progredirà sempre più in questa via fino a divenire simile a colui che per salvarlo è morto.

- sant'Ireneo - 


Hai udito, Vergine, che concepirai e partorirai un figlio;
hai udito che questo avverrà non per opera di un uomo,
ma per opera dello Spirito santo. L'angelo aspetta la
risposta; deve fare ritorno a Dio che l'ha inviato.
Aspettiamo, o Signora, una parola di compassione anche noi, noi oppressi miseramente da una sentenza di dannazione. [...]
O Vergine, da' presto la risposta.
Rispondi sollecitamente all'angelo, anzi, attraverso l'angelo, al Signore.
Rispondi la tua parola e accogli la Parola divina,
emetti la parola che passa e ricevi la Parola eterna.

san Bernardo



Dio, Signore e
Creatore dell’universo, colui che ha dato origine
ad ogni cosa e tutto ha disposto secondo
un ordine, non solo ama gli uomini, ma è
anche longanime. [..]
Dopo aver tutto disposto dentro di sé assieme al Figlio,
permise che noi fino al tempo anzidetto rimanessimo in balia d’istinti disordinati
e fossimo trascinati fuori della retta via
dai piaceri e dalle cupidigie, seguendo il nostro arbitrio.
Certamente non si compiaceva dei nostri peccati, ma li sopportava;
neppure poteva approvare quel tempo d’iniquità,
ma preparava l’era attuale di giustizia, perché,
riconoscendoci in quel tempo chiaramente
indegni della vita a motivo delle nostre opere,
ne diventassimo degni in forza della sua misericordia, e perché,
dopo aver mostrato la nostra impossibilità di entrare con le nostre forze nel suo regno,
ne diventassimo capaci
per la sua potenza.

Dalla «Lettera a Diognèto»


Con questa frase di un NON CRISTIANO, di un ATEO come Sartre ricordiamo la diversità del Dio cristiano,un Dio per cui la gloria non è stare assiso tra i cieli ma incarnarsi in un bambino, posto in una mangiatoia ,allattato dalla propria madre ,incredula che quel Dio si possa baciare e accarezzare, un Dio - bambino nato per portare la salvezza a tutti....ancora Buon Natale.


venerdì 27 dicembre 2013

Mangiate e alzatevi - Padre Davide Maria Turoldo


Signore, hai mai desiderato morire?
Sai cosa vuol dire: non farcela più,
perché il male è troppo grande, e amaro,
da renderci tanto infelici?
Dice un midrash antico che a volte
tu fai, a sera, delle nostre preghiere
un tappeto disteso nel cielo
e sopra tu pure ti prostri e preghi,
e questa sarebbe la tua preghiera:
- Di tanto male vi chiedo perdono, uomini…
Pensa al tuo popolo in mezzo al deserto:
- Fossimo morti per mano del Signore
in terra d’Egitto- per tua mano, Dio,
amante della vita!
E Giobbe a gridare:
- Perché le porte del grembo non chiuse?
Perché la pena ai miei occhi non nascose? -
Anche Cristo tentato di morire:
- Se tu sei il Figlio di Dio, buttati giù…-
anche lui sudando sangue, gridava:
- Padre, Padre, se è possibile …. -
Oh, le preghiere che salgono da tutti i deserti
dopo questo andare, e andare …
Come sono le preghiere di queste moltitudini
di braccianti, di deportati, di torturati, di uccisi?
Anche di te noi abbiamo pietà,
perché devi avere il cuore che scoppia,
e le notti che certo piangi per noi …
fino a farti pane, nostro cibo,
e a dirci: – Mangiate, alzatevi
che lungo è ancora il cammino. -
E noi andiamo ancora,
forti del tuo cibo;
solo perché tu ci ami
e noi ti amiamo,
Dio fatto in tutto simile a noi.

(Padre David Maria Turoldo)




"Dio è sempre nuovo, la sua opera è sempre nuova. 
Novità dei mondo è ogni vita che nasce, novità dei mondo è ogni morte. 
Assoluta novità di tutta la storia 

è sempre la perenne risurrezione di Gesù Cristo. 
E' l'Amore che è sempre nuovo. 
L’amore è la creatività in atto sull'onda della fantasia di Dio.
Non ci sono tempi per l'Amore. 
Ogni tempo è sempre per amare. 
Così è detto nella pienezza dei tempi". 

(Padre David Maria Turoldo)






«Ama la Sacra Scrittura e la saggezza ti amerà;
 amala teneramente, ed essa ti custodirà; 
onorala e riceverai le sue carezze.
 Che essa sia per te come le tue collane e i tuoi orecchini»

San Girolamo (Ep. 130,20)



"Nascesse pure Gesù Cristo mille volte a Betlemme... 
se non nasce nel tuo cuore,
sei perduto per sempre!" 

(Sant'Angela da Foligno)



giovedì 26 dicembre 2013

Tutto quello di cui ho bisogno - Massironi Gloria

Come un vecchio
che a fatica si sostiene su gambe instabili,
io mi appoggio al Tuo braccio,
lasciando che sia Tu a condurmi.
Come un bambino
che non conosce le vie di una grande città
io chiedo a Te la direzione giusta
per giungere a casa al sicuro.
Come uno studente un po’ somaro
che si impigrisce sui libri
io chiedo a Te la soluzione ai miei dubbi.
Come un orfano abbandonato a se stesso
io chiedo a Te consigli ed insegnamenti.
Come un autostoppista giramondo
io chiedo a Te di essere mio compagno di viaggio.
Signore, Te lo chiedo con amore e dedizione:
sii per me tutto quello di cui ho bisogno.

(Gloria Massironi)
Fonte: Ti ascolto ti guardo, EDB 2005


Gesù Cristo può anche rompere gli schemi noiosi nei quali pretendiamo di imprigionarlo e ci sorprende con la sua costante creatività divina.

Papa Francesco (Evangelii Gaudium)



Pablo Picasso

"...Ogni persona ha un significato tale 
da non poter essere sostituita 

nel posto che essa occupa 
nell'universo delle persone. 
Tale è la maestosa grandezza della persona
che le conferisce 
la dignità di un universo..."

E. Mounier 
da Il Personalismo



La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile.

(Corrado Alvaro)


" E' differente vivere nel momento e differente è vivere nel tempo.
E il cristiano è un uomo o una donna che sa vivere nel momento e che sa vivere nel tempo.
Il momento è quello che noi abbiamo in mano adesso: ma questo non è il tempo, questo passa! Forse noi possiamo sentirci padroni del momento, ma l’inganno è crederci padroni del tempo:
- il tempo non è nostro, il tempo è di Dio! Il momento è nelle nostre mani e anche nella nostra libertà di come prenderlo. E di più: - noi possiamo diventare sovrani del momento, ma del tempo soltanto c’è un sovrano, un solo Signore, Gesù Cristo. -
Dunque, non bisogna lasciarsi “ingannare nel momento”, .... ll cristiano, che è un uomo o una donna del momento, deve avere quelle due virtù, quei due atteggiamenti per vivere il momento: la preghiera e il discernimento.
E per conoscere i veri segni, per conoscere la strada che devo prendere in questo momento è necessario il dono del discernimento e la preghiera per farlo bene.
Invece per guardare il tempo, del quale soltanto il Signore è padrone, Gesù Cristo, noi non possiamo avere nessuna virtù umana.
La virtù per guardare il tempo deve essere data, regalata dal Signore: è la speranza!....
Il cristiano sa aspettare il Signore in ogni momento, ma spera nel Signore alla fine dei tempi. Uomo e donna di momento e di tempo: di preghiera e discernimento, e di speranza .

Papa Francesco, 26 novembre 2013




Il silenzio è lo spazio della nascita di Dio. Solo se anche noi entriamo nello spazio del silenzio, perveniamo lì dove avviene la nascita di Dio.......
Il Natale ci invita a entrare nel silenzio di Dio, e il suo mistero rimane nascosto a così tanti perché essi non riescono a trovare il silenzio in cui Dio agisce. Come lo troviamo? Il semplice tacere non lo crea ancora. Un uomo può infatti tacere esteriormente ed essere tuttavia rumorosamente agitato dentro di sé.
Fare silenzio significa trovare un nuovo ordine interiore. Significa non preoccuparsi solo delle cose che possiamo mostrare e ostentare. Significa non guardare solo a ciò che conta tra gli uomini e ha fra di loro un valore commerciale. Significa sviluppare i sensi interiori, il senso della coscienza, il senso dell'eterno in noi, della capacità di ascoltare Dio......................................
Il silenzio richiesto dalla fede consiste nel fare in modo che l'uomo non sia completamente assorbito dal sistema della civiltà economica e tecnica e ridotto a essere una sua funzione. Dobbiamo di nuovo imparare a vedere che tra la scienza e la superstizione c'è ancora qualcos'altro nel mezzo, quella conoscenza morale e religiosa più profonda, che sola mette al bando la superstizione e rende l'uomo umano, perché lo mantiene nella luce di Dio.........
La miseria più profonda degli uomini contemporanei non dipende infatti dalla crisi delle nostre riserve materiali, bensì dal fatto che le finestre che permettono di vedere Dio vengono murate e che corriamo così il pericolo di perdere l'aria che serve al cuore per respirare, di perdere il nucleo della libertà e della dignità umana..

Joseph Ratzinger  - La nuova stella da "Lode del Natale" (1982) - testi, prediche, articoli dell'arcivescovo di Monaco Joseph Ratzinger


Tanti auguri a chi si chiama Stefano o Stefania :-)