martedì 22 maggio 2018

Matrimonio - Adélia Prado

Ci sono donne che dicono:
mio marito, se vuol pescare,
peschi pure,

ma che pulisca i pesci.

Io no. A qualsiasi ora 
della notte mi sveglio, 
aiuto a desquamare, aprire, 
tagliare e salare.
E’ così bello, solo noi soli 
in cucina,
a volte i gomiti 
si urtano,
lui dice cose come “questo è stato 
difficile”
“ha luccicato in aria 
scuotendo la coda”
e fa il gesto con la mano.
Il silenzio di quando ci siamo visti la 
prima volta
attraversa la cucina come un fiume 
profondo.
Infine, i pesci sul vassoio,
andiamo a dormire.
Cose argentate irrompono:
siamo marito e moglie.

- Adélia Prado -



O Signore,
nel mio cuore,
si è acceso l’amore per una creatura

che anche tu conosci e ami.

Tu ci hai fatti incontrare l’uno all’altro,
perché non restassimo soli.


O divino Spirito,

ti ringrazio di questo dono

che mi inonda di una gioia profonda,

mi rende simile a te che sei l’amore,
e mi fa comprendere il valore
della vita che tu mi hai donato.


Fa’ che io non sciupi questa immensa ricchezza,
che tu mi hai messo nel cuore:

insegnami che l’amore è un dono

e non può mescolarsi con nessun egoismo.

Ti prego, Signore,

per chi mi aspetta e mi pensa,

per chi ha messo in me il suo avvenire,

per chi mi starà accanto per tutta la vita:
rendici degni l’uno dell’altro,
rendici l’uno all’altro di esempio e aiuto.


Preparaci al matrimonio,

alla sua grandezza, alle sue responsabilità,

così che fin d’ora le nostre anime

posseggano i nostri corpi
e regnino nell’ amore.

- Papa Paolo VI -  




Entrambi credete di avere ragione: ma vale davvero così tanto questa ragione?

Tanti auguri a Laura & Marco, 
assidui lettori da sempre,  nell'anniversario del loro matrimonio. 


Buona giornata a tutti. :-)

Oggi ricordiamo Santa Rita da Cascia, 
"quando l'impossibile diventa possibile". 

E' fra le mie sante preferite 

su: hhhp://www.lapreghieraquotidiana.blogspot.it

la preghiera di intercessione 




lunedì 21 maggio 2018

Giovane, non dimenticare la preghiera - Fëdor Dostoevski

Giovane, non dimenticare la preghiera.
Ogni volta che preghi, se la tua preghiera è sincera, in essa baluginerà un nuovo sentimento e una nuova idea che prima non conoscevi e che ti ridarà nuova forza; e capirai che la preghiera è crescita.
Ricordati anche questo: ogni giorno e ogni volta che ne hai la possibilità ripeti a te stesso: «Signore, abbi pietà di tutti coloro che compariranno dinanzi a te in questo giorno».
Giacché ogni ora, in ogni istante migliaia di persone abbandonano la loro vita su questa terra e le loro anime si presentano a Dio; quante di loro si sono separate dalla terra in solitudine, senza che nessuno lo sapesse, tristi e angosciate che nessuno le piangesse o solo fosse a conoscenza della loro esistenza, se avessero vissuto oppure no.
Ed ecco che forse dall’altro capo del mondo si innalza a Dio la tua preghiera che invoca il loro eterno riposo, anche se tu non conoscevi loro e loro non conoscevano te.
Come deve essere toccante per quell’anima che sta atterrita di fronte al Signore sentire che in quel momento c’è qualcuno che prega per lei, che è rimasta almeno una creatura umana sulla terra che ancora la ama.
E anche Dio guarderà con occhio più misericordioso tutti e due, giacché se tu hai avuto tanta pietà di quell’anima, di quanta pietà in più sarà capace colui che è infinitamente più misericordioso e amorevole di te?

E lo perdonerà per amor tuo. Fratelli, non abbiate paura del peccato degli uomini, amate l’uomo anche nel suo peccato, giacché proprio questa è l’immagine dell’amore divino ed è la forma suprema dell’amore sulla terra. 

- Fëdor Michajlovič Dostoevskij -
da: I fratelli Karamazov



Era una notte meravigliosa, una notte come forse ce ne possono essere soltanto quando siamo giovani, amabile lettore. 
Il cielo era così pieno di stelle, così luminoso che, gettandovi uno sguardo, senza volerlo si era costretti a domandare a se stessi: è mai possibile che sotto un cielo simile possa vivere ogni sorta di gente collerica e capricciosa? 
Anche questa è una domanda da giovani, amabile lettore, molto da giovani, ma voglia il Signore mandarvela il più sovente possibile nell'anima! 

- Fëdor Dostoevskij -
da: Le notti bianche





Nonostante tutte le perdite e le privazioni che ho subito, io amo ardentemente la vita, amo la vita per la vita e, davvero, è come se tuttora io mi accingessi in ogni istante a dar inizio alla mia vita [...] e non riesco tuttora assolutamente a discernere se io mi stia avvicinando a terminare la mia vita o se sia appena sul punto di cominciarla: ecco il tratto fondamentale del mio carattere; ed anche, forse, della realtà..


Fëdor Dostoevskij



Buona giornata a tutti :-)



domenica 20 maggio 2018

Il sentiero - don Bruno Ferrero

Una bambina viveva felice con il suo papà e la sua mamma. Ma per una meschina vendetta, alcuni uomini perfidi la rapirono.
Arrivarono un giorno nei loro grandi mantelli e, sulla strada che portava alla scuola, s'impadronirono della bambina.
Galoppando di gran carriera su cavalli neri si allontanarono ben presto dal villaggio e presero la strada della foresta. 
La buia e tenebrosa foresta che ingoiava per sempre gli incauti che vi si avventuravano senza guida.
Quegli uomini dal cuore di pietra portarono la bambina nel cuore della foresta.
Volevano che si perdesse per sempre nella foresta.
La bambina piangeva terrorizzata. E ripeteva, quasi gridava, la preghiera che la mamma le aveva insegnato: «Ave Maria, piena di grazia...».
Giunsero dove la foresta era più intricata e impenetrabile. Là abbandonarono la bambina.
La poverina si accucciò ai piedi di un grande albero, continuando a ripetere tra i singhiozzi: «Ave Maria... Ave Maria...».
Improvvisamente, fra le lacrime, proprio ai suoi piedi scorse una rosa. 
Una rosa dai petali teneri come una carezza. 
Poco più avanti, ben visibile, tra l'erba e le foglie, c'era un'altra rosa, poi un'altra, un'altra ancora... formavano un sentiero che si snodava tra gli alberi.
La bambina cominciò a camminare da una rosa all'altra, prima esitante, poi quasi di corsa. Dopo un po' arrivò al margine della foresta e si trovò nelle braccia della mamma e del papà. Anche loro avevano visto il sentiero di rose ed erano partiti alla sua ricerca.
Perché anche la mamma e il papà avevano continuato a dire l'Ave Maria. 

E tutte quelle Ave Maria, quelle dei genitori e quelle della figlia, erano diventate un sentiero di rose. Che li aveva riportati tutti insieme.

Anche le nostre Ave Maria formano il sentiero che ci aiuta a non perderci nelle foreste di questo mondo. E che ci riporta al sicuro nelle braccia del Padre dei Cieli. 


- don Bruno Ferrero - 




...l'uomo che ha fede ed esercita una professione — intellettuale, tecnica o manuale — è e si sente unito agli altri, uguale agli altri, con gli stessi diritti e gli stessi obblighi, con lo stesso desiderio di migliorare e lo stesso slancio per affrontare e risolvere i problemi comuni.
Il cattolico, accettando tutto ciò, saprà fare della sua vita quotidiana una testimonianza di fede, di speranza, di carità; testimonianza semplice e spontanea che, senza manifestazioni vistose, ma attraverso la coerenza di vita, dà rilievo alla costante presenza della Chiesa nel mondo: giacché tutti i cattolici sono essi stessi Chiesa, membri a pieno diritto dell'unico Popolo di Dio.

- San Josemaría Escrivá -


Nella vita è facile perdere la strada della bontà, perdere la retta via e trovarsi nella selva oscura del male e della cattiveria. 
Cerchiamo, con la preghiera alla Vergine santa di riscoprire in noi la semplicità dei bambini.



Buona giornata a tutti. :-)






sabato 19 maggio 2018

Ringraziamento - Wislawa Szymborska

Devo molto
a quelli che non amo.
Il sollievo con cui accetto
che siano più vicini a un altro.

La gioia di non essere io
il lupo dei loro agnelli.

Mi sento in pace con loro
e in libertà con loro,
e questo l’amore non può darlo,
né riesce a toglierlo.

Non li aspetto
dalla porta alla finestra.

Paziente
quasi come un orologio solare,
capisco
ciò che l’amore non capisce,
perdono
ciò che l’amore non perdonerebbe mai.

Da un incontro a una lettera
passa non un’eternità,
ma solo qualche giorno o settimana.

I viaggi con loro vanno sempre bene,
i concerti sono ascoltati fino in fondo,
le cattedrali visitate,
i paesaggi nitidi.

E quando ci separano
sette monti e fiumi,
sono monti e fiumi
che si trovano in ogni atlante.

È merito loro
se vivo in tre dimensioni,
in uno spazio non lirico e non retorico,
con un orizzonte vero, perché mobile.

Loro stessi non sanno
quanto portano nelle mani vuote.

-“Non devo loro nulla” –
direbbe l’amore
su questa questione aperta.


- Wislawa Szymborska -



La nostra personalità sociale è una creazione del pensiero altrui.

- Marcel Proust -



Avevo un nemico che i miei passi seguiva, e per quanto sembri strano non sapevo chi fosse. I miei progetti e i miei fini, tutto mi rovinava! 
A causa sua, le mie migliori idee non attuavo. Un giorno lo affrontai e protestai per il suo cinismo: Gli strappai la maschera, ed ero io stesso. 
Da quel giorno tutto è cambiato, perché quel nemico si trasformò in amico.

- Cristina Pelaia - 


Buona giornata a tutti. :-)





venerdì 18 maggio 2018

Santa Maria - don Tonino Bello

Nell'Ave Maria ripetiamo la bellissima frase di Elisabetta: "Tu sei benedetta fra le donne".
Spesso si dice di Maria che è la "Nuova Eva"; un famoso canto latino dice che l'angelo con il suo "Ave" a Maria di Nazaret capovolse il nome di "Eva".
Tutto questo per indicare che con il "sì" di Maria al messaggio di Dio, è come se tutto ricominciasse da capo.
Maria è il nuovo Paradiso terrestre, dove il Creatore e la creatura si incontrano nell'innocenza e nella perfezione. 
La Madre di Dio diventa la vera "prima donna" al posto di Eva, scelta da tutta l'eternità per essere la collaboratrice del piano di salvezza di Dio. 
Maria è la Donna preannunciata da Dio stesso nel racconto di Adamo ed Eva, nelle prime pagine della Bibbia: la Donna che riporta l'umanità alla vittoria sul serpente tentatore. 
Anche le nostre Ave Maria formano il sentiero che ci aiuta a non perderci nelle foreste di questo mondo. E che ci riporta al sicuro nelle braccia del Padre dei Cieli. Una volta Gesù disse: "Non devo perdere nessuno di coloro che mi sono stati affidati dal Padre". La Madonna continua a proteggere gli amici di suo figlio Gesù, anche Lei vuole che nessuno si perda. 
Siamo tutti come Pollicino, per segnare la strada che ci porta sicuramente in cielo, abbiamo l'"Ave Maria". 
Maria è la prima. 
E' la prima creatura della grande processione che cammina verso la salvezza eterna, verso Dio. Per questo si dice anche che Maria è la "Madre della Chiesa". 
Essere cristiani significa accogliere Gesù. Nessuno ha accolto Gesù come ha saputo fare Maria. Tra loro si capivano senza bisogno di parlare. E seguire Maria significa sempre andare verso Dio: esser sicuri di non sbagliare. Perché dov'è Gesù c'è anche la sua Mamma, che vuole che tutti gli amici di suo Figlio possano camminare sicuri verso la felicità eterna.
Santa Maria, donna elegante, liberaci da quello spirito rozzo che ci portiamo dentro, nonostante i vestiti raffinati che ci portiamo addosso, e che esplode tante volte in termini di violenza verbale nei confronti del prossimo.  

- Don Tonino Bello - 
da: "Maria donna dei nostri giorni", Ed. Paoline, Milano, 1993





Santa Maria, donna dei nostri giorni, facci comprendere che la modestia, l'umiltà, la purezza sono frutti di tutte le stagioni della storia, e che il volgere dei tempi non ha alterato la composizione chimica di certi valori quali la gratuità, l'obbedienza, la fiducia, la tenerezza, il perdono.  

- Don Tonino Bello - 



Santa Maria, donna coraggiosa, tu che sul Calvario, pur senza morire hai conquistato la palma del martirio, rincuoraci col tuo esempio a non lasciarci abbattere dalle avversità. Aiutaci a portare il fardello delle tribolazioni quotidiane, non con l'anima dei disperati, ma con la serenità di chi sa di essere custodito nel cavo della mano di Dio.  

- Don Tonino Bello - 


Buona giornata a tutti. :-)




giovedì 17 maggio 2018

Da “Il padrone del mondo” di Robert Hugh Benson

Una settimana dopo, svegliatasi verso l'alba, Mabel non ricordava più dove fosse; chiamò ad alta voce Oliviero, girò gli occhi stupiti intorno alla camera insolita... poi ritornò in se e tacque.
Negli otto giorni trascorsi in quel rifugio fu sottoposta alla prova; oggi restava libera di mettere in esecuzione ciò per cui era venuta.
Il sabato della settimana precedente subì l'esame davanti ad un magistrato speciale confidandogli, sotto le abituali condizioni di segreto, nome, età, domicilio ed i motivi per i quali domandava 1'applicazione della eutanasia.
Non occorre dire che fu promossa a meraviglia.
Scelse poi Manchester, come città abbastanza lontana ed abbastanza grande da sottrarla alle ricerche di Oliviero: infatti, della sua fuga nessuno poté scoprire le tracce.
Non ebbe sentore alcuno dei sospetti di suo marito, giacché in simili casi la polizia si incaricava di proteggere i fuggitivi: l'individualismo era ammesso unicamente in quanto permetteva di abbandonare la vita a coloro che ne sentivano tedio.
E Mabel ricorse senza dubbio a questo espediente legale, non potendo appigliarsi ad altri: lo stiletto esigeva coraggio e risoluzione; l'arma da fuoco le faceva ribrezzo; e il veleno, sotto il nuovo regime di polizia rigorosa, difficile oltremodo a procurarsi.
Ma poi ella voleva sottoporre ad una seria prova il suo divisamento e rendersi ben certa che non le rimaneva altra via di uscita.
Ora si sentiva più sicura che mai.
L'idea di morire, concepita per la prima volta tra le sofferenze atroci che le fecero provare i moti violenti dell'ultimo giorno dell'anno, era stata presto respinta dallo specioso argomento che l'uomo immaturo era ancora soggetto a ricadute; ma in seguito quel pensiero le riapparve qual demone tentatore, proprio nella luce meridiana fattasi a lei dintorno per le dichiarazioni di Felsemburgh.
E il demone le stava sempre davanti, per quanto cercasse di resistergli, illudendosi che quella dichiarazione che l'aveva riempita di orrore, non diverrebbe mai un fatto compiuto.
Finalmente, quando la teoria politica passò in legge deliberata, Mabel cedé con tutta l'anima alla tentazione.
Da quel momento erano passati otto giorni senza che ella sentisse mai vacillare il proposito.
Però aveva cessato di condannare, persuasa oramai che ogni recriminazione era inutile: sapeva di non poter reggere davanti al fatto di non riuscire a comprendere la nuova fede, e che per lei, comunque fosse per gli altri, non vi era più speranza... Oltre a ciò non lasciava figli...
Quegli otto giorni, stabiliti per legge, furono abbastanza tranquilli.
Mabel aveva portato seco denaro sufficiente per entrare in una di quelle private Case di Rifugio fornite di tutti gli agi convenienti alla vita signorile.
Le infermiere si erano mostrate gentili e riguardose, in modo che ella non ebbe a lagnarsi di loro.
Naturalmente dovette soffrire dapprima per le reazioni inevitabili: passò la prima notte in uno stato da far pietà, coricata nel buio soffocante di quella stanza, mentre tutta la sua natura sensibile protestava e lottava contro il destino che voleva così. Reclamava le cose familiari, la promessa di nutrimento, di aria, di consorzio umano; e ritraeva la faccia inorridita davanti all'abisso tenebroso verso il quale si avviava irrevocabilmente.
Nella lotta affannosa ebbe momenti di calma, solo quando una voce più profonda le mormorava l'avviso che non fosse la morte fine di ogni cosa.
Sul fare del mattino ella rinvenne; e la volontà riacquistato il suo potere, cancellò definitivamente ogni segreta speranza di vivere.
Dovette inoltre soffrire per una più positiva paura, ricordando le scandalose rivelazioni, che dieci anni prima misero sottosopra tutta l'Inghilterra, e portarono gli stabilimenti di eutanasia sotto la sorveglianza del governo.
Era un fatto accertato che, per anni ed anni, nei grandi laboratori di vivisezione servirono per le esperienze soggetti umani; a molti, che, per togliersi dal mondo come lei, entrarono nelle case private di eutanasia, fu somministrato un gas, che sospendeva le funzioni vitali invece di annientarle...
Ma, tutto passò con il nuovo giorno: tali cose non si potevano ripetere sotto il nuovo regime, almeno in Inghilterra.
Appunto per queste ragioni ella non era corsa a cercar la morte sul Continente Europeo; laggiù, dove la logica superava il sentimento, il materialismo andava sino in fondo: se gli uomini non erano che puri e semplici animali... la conclusione veniva da sé......
Intorno alla moralità dell'atto che stava per compiere, alla relazione cioè che passava tra questo e la vita comune degli uomini, non aveva il minimo dubbio: credeva, insieme con tutti gli Umanitaristi, che, come i dolori del corpo giustificavano all'occorrenza il suicidio, così pure i dolori dello spirito.
Quando il disagio fosse giunto ad un grado tale da rendere l'individuo inutile a se stesso ed agli altri, il suicidio diveniva l'atto più caritatevole che potesse esser compiuto.
Certo, non aveva mai pensato, ai suoi giorni, di doversi trovare in simile condizione; si era sentita, anzi, anche troppo attaccata alla vita....
Eppure vi si trovava adesso: la necessità di finirla era dunque fuori di questione.
Riandò più volte in quel tempo all'abboccamento avuto con Mr. Francis.
Recatasi da lui quasi per un impulso istintivo, Mabel voleva udire anche l'altra parte; sapere cioè se il Cristianesimo fosse così ridicolo come aveva creduto sempre.
Ridicolo non era di certo; le parve, anzi, estremamente patetico... un dramma seducente, un brano squisito di poesia!
E sarebbe stata ben felice di credervi; ma sentiva di non potere.
No!
Un Dio trascendente era assurdo, sebbene non fosse meno assurda una Umanità Infinita.
Ma poi... l'incarnazione...
Basta! non se la sentiva!...
Dunque nessuna via di uscita: la religione umanitaria era l'unica vera, l'uomo era Dio o per lo meno la sua più alta manifestazione; ma con questo Dio ella non voleva più aver che fare!......

- Robert Hugh Benson - 
Da “Il padrone del mondo”, Città Armoniosa, 1979



Io penso che sia necessaria una nuova definizione del termine «eutanasia». Non c'è una vera differenza tra «lasciar morire» (interrompendo l'accanimento terapeutico), «aiutare a morire» (sedando il male e il dolore con dosi sempre più elevate di oppiacei) e «provocare il morire» (somministrando un farmaco o un'iniezione letali). 
Tutti e tre questi percorsi sfociano, infatti, nella morte. Chiesta o cercata; solo perché la sofferenza ha toccato limiti insopportabili, che sviliscono ogni dignità umana. 
È diritto dell'uomo chiedere la morte, se è stato colpito da una malattia inguaribile e irreversibile? 
La risposta non può essere che affermativa, perché la vita è un diritto, e non un dovere. 
Scegliere la morte per evitare sofferenze intollerabili fa parte dei diritti inalienabili della persona, e non si può affermare che la vita è un bene «non disponibile» da parte dell'individuo senza negare il concetto stesso di libertà, sottoponendolo a categorie morali che non possono che essere collettive, e che quindi, di fatto, cancellano l'individuo e negano la sua libera autodeterminazione.

- Umberto Veronesi -
da: "Il diritto di non soffrire", Ed. Mondadori



Le leggi sul suicidio assistito sono contro la legge di Dio La pratica del suicidio va contro il 5 ° comandamento: “Non uccidere”
Questo comandamento proibisce l’omicidio di se stessi o l’uccisione altrui. 
Lo Stato non ha il diritto di approvare leggi contrarie alla legge morale e divina. E tutte le persone di buona volontà devono respingere con fermezza il suicidio assistito e difendere la moralità e la retta ragione.
Sapete qual è la differenza tra civiltà e barbarie? La differenza è il rispetto della legge naturale. Anche i pagani sapevano quanto la legge naturale fosse radicata nella nostra natura umana razionale. Tendiamo a fare il bene ed evitare il male.
Così, per uccidere se stessi o per “aiutare” un’altra persona a uccidersi, frantumiamo tale principio fondamentale del diritto naturale e apriamo la strada a una nuova “età della pietra” del “cane mangia cane” ferocemente barbarica.
E – come dimostra la storia – il divario tra “suicidio assistito” e suicidio obbligatorio può essere molto stretto.
Chi può garantire che legalizzare oggi il “suicidio assistito” non prepari la strada a una nuova versione dei forni crematori di Auschwitz domani?

da: www.amicidilazzaro.it/index.php/10-ragioni-contro-il-suicidio-assistito/


Buona giornata a tutti. :-)






mercoledì 16 maggio 2018

da: "Un cappello pieno di ciliege" - Oriana Fallaci

Ora che il futuro s’era fatto corto e mi sfuggiva di mano con l’inesorabilità della sabbia che cola dentro una clessidra, mi capitava spesso di pensare al passato della mia esistenza: cercare lì le risposte con le quali sarebbe giusto morire. 
Perché fossi nata, perché fossi vissuta, e chi o che cosa avesse plasmato il mosaico di persone che da un lontano giorno d’estate costituiva il mio Io. Naturalmente sapevo bene che la domanda perché-sono-nato se l’eran già posta miliardi di esseri umani ed invano, che la sua risposta apparteneva all’enigma chiamato Vita, che per fingere di trovarla avrei dovuto ricorrere all’idea di Dio. 
Espediente mai capito e mai accettato. Però non meno bene sapevo che le altre si nascondevano nella memoria di quel passato, negli eventi e nelle creature che avevano accompagnato il ciclo della formazione, e in un ossessivo viaggio all’indietro lo disotterravo: riesumavo i suoni e le immagini della mia prima adolescenza, della mia infanzia, del mio ingresso nel mondo. 
Una prima adolescenza di cui ricordavo tutto: la guerra, la paura, la fame, lo strazio, l’orgoglio di combattere il nemico a fianco degli adulti, e le ferite inguaribili che n’erano derivate. 
Un’infanzia di cui ricordavo molto: i silenzi, gli eccessi di disciplina, le privazioni, le peripezie d’una famiglia indomabile e impegnata nella lotta al tiranno, quindi l’assenza d’allegria e la mancanza di spensieratezza. 
Un ingresso nel mondo del quale mi sembrava di ricordare ogni dettaglio: la luce abbagliante che di colpo si sostituiva al buio, la fatica di respirare nell’aria, la sorpresa di non star più sola nel mio sacco d’acqua e condivider lo spazio con una folla sconosciuta. 
Nonché la significativa avventura di venir battezzata ai piedi d’un affresco dove, con uno spasmo di dolore sul volto e una foglia di fico sul ventre, un uomo nudo e una donna nuda lasciavano un bel giardino pieno di mele: la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre, dipinta da Masaccio per la Chiesa del Carmine a Firenze. 

Riesumavo in ugual modo i suoni e le immagini dei miei genitori, da anni sepolti sotto un’aiola profumata di rose. Li incontravo ovunque. Non da vecchi cioè quando li consideravo più figli che genitori, sicché a sollevare mio padre per posarlo su una poltrona e a sentirlo così lieve e rimpicciolito e indifeso, a guardarne la testolina tenera e calva che si appoggiava fiduciosamente al mio collo, mi pareva di tenere in braccio il mio bambino ottuagenario. Da giovani. Quando eran loro a sollevarmi e a tenermi in braccio. Forti, belli, spavaldi. E per qualche tempo credetti d’avere in pugno una chiave che apriva qualsiasi porta. Ma poi m’accorsi che ne apriva alcune e basta: né il ricordo della prima adolescenza e dell’infanzia e dell’ingresso nel mondo né gli incontri coi due giovani forti e belli e spavaldi potevan fornire tutte le risposte di cui avevo bisogno. Superando i confini di quel passato andai in cerca degli eventi e delle creature che lo avevano preceduto, e fu come scoperchiare una scatola che contiene un’altra scatola che ne contiene un’altra ancora all’infinito. E il viaggio all’indietro perse ogni freno.
Un viaggio difficile in quanto era troppo tardi per interrogare chi non avevo mai interrogato. 
Non c’era più nessuno. 
Restava solo una zia novantaquattrenne che alla preghiera dimmi-zia-dimmi mosse appena le pupille annebbiate e mormorò: «Sei il postino?». Con la zia ormai inutile, il rimpianto d’una cassapanca cinquecentesca che per quasi due secoli aveva custodito la testimonianza di cinque generazioni: antichi libri tra cui un abbaco e un abbecedario del Settecento, rarissimi fogli tra cui la lettera d’un prozio arruolato da Napoleone e sacrificato in Russia, preziosi cimeli tra cui una federa gloriosamente macchiata da una frase indimenticabile, un paio d’occhiali e una copia del Beccaria con la dedica di Filippo Mazzei. 
Cose che ero riuscita a vedere prima che finissero in cenere, una terribile notte del 1944. Con la cassapanca perduta, qualche oggetto salvato per caso: un liuto privo di corde, una pipa d’argilla, una moneta da quattro soldi emessa dallo Stato Pontificio, un vetusto orologio che stava nella mia casa di campagna e che ogni quarto d’ora suonava i rintocchi della campana di Westminster. 
Infine, due voci. La voce di mio padre e la voce di mia madre che narravano le storie dei rispettivi antenati. Divertita ed ironica quella di lui, sempre pronto a ridere anche sulla tragedia. Appassionata e pietosa quella di lei, sempre pronta a commuoversi anche sulla commedia. Ed entrambe talmente remote nella memoria che la loro consistenza appariva più tenue d’una ragnatela. A evocarle di continuo, però, e a connetterle col rimpianto della cassapanca o coi pochi oggetti salvati, la ragnatela si irrobustì. Si infittì, si fece un solido tessuto, e le storie crebbero con tanto vigore che a un certo punto mi divenne impossibile stabilire se appartenessero ancora alle due voci oppure se si fossero trasformate in un frutto della mia fantasia. Era esistita davvero la leggendaria arcavola senese che aveva avuto il coraggio di aggredire Napoleone, era esistita davvero la misteriosa arcavola spagnola che s’era sposata esibendo un veliero alto quaranta centimetri e lungo trenta sulla parrucca? Era esistito davvero il dolce arcavolo contadino che spingeva il fervore religioso fino a flagellarsi, era esistito davvero il rude arcavolo marinaio che apriva bocca solo per bestemmiare? 
Erano esistiti davvero i bisnonni maledetti cioè la repubblicana Anastasìa il cui nome portavo come secondo nome e l’aristocraticissimo signore di Torino il cui nome, troppo illustre e troppo potente, non si doveva nemmen pronunciare per ordine della nonna?  E l’avevano davvero abbandonata in un ospizio di orfanelli questa povera nonna concepita dalla loro furibonda passione? Non lo sapevo più. Ma nel medesimo tempo sapevo che quei personaggi non potevano essere un frutto della mia fantasia  perché li sentivo dentro di me, condensati nel mosaico di persone che da un lontano giorno d’estate costituivano il mio Io, e portati dai cromosomi che avevo ricevuto dai due giovani forti e belli e spavaldi. Le particelle d’un seme non sono forse identiche alle particelle del seme precedente? Non ricorrono forse di generazione in generazione, perpetuandosi? Nascere non è forse un eterno ricominciamento e ciascuno di noi il prodotto d’un programma fissato prima che incominciassimo, il figlio d’una miriade di genitori?
Esplose allora un’altra ricerca: quella delle date, dei luoghi, delle conferme. Affannosa, frenetica. Resa tale dal futuro che mi sfuggiva di mano, dalla necessità di far presto, dal timore di lasciare un lavoro incompiuto. 
E come una formica impazzita dalla fretta di accumular cibo corsi a rovistar tra gli archivi, i mastri anagrafici, i catasti onciari, i cabrei, gli Status Animarum. Cioè gli Stati delle Anime. 
I registri nei quali, col pretesto di individuare i fedeli tenuti al precetto pasquale, il parroco elencava gli abitanti di ogni pieve e di ogni prioria raggruppandoli in nuclei familiari e annotando ciò che serviva a catalogarli. L’anno o la data completa della nascita e del battesimo, del matrimonio e della morte, il tipo di lavoro e il reddito, il patrimonio o l’indigenza, il grado di educazione o l’analfabetismo. Rozzi censimenti, insomma. 
Scritti a volte in latino e a volte in italiano, con la penna d’oca e l’inchiostro marrone. L’inchiostro, asciugato con una rena lucida e argentea che il tempo non aveva dissolto e che al contrario s’era incollata alle parole rendendole sfolgoranti, così a raccoglierne un granello col dito ti pareva di rubare un bruscolo di luce che era un bruscolo di verità. E pazienza se in alcune pievi e priorie i registri eran stati divorati dai topi o distrutti dall’incuria o mutilati dai barbari che strappan le pagine per venderle agli antiquari, pazienza se a causa di questo non trovai i personaggi più remoti. Ad esempio quelli che, secondo un foglio della cassapanca perduta, nel 1348 avevan lasciato Firenze per sfuggire alla peste di cui il Boccaccio parla nel Decamerone e rifugiarsi nel Chianti. Quelli delle storie narrate dalle due voci c’erano, e li trovai dal primo all’ultimo. I loro nipoti e pronipoti, lo stesso. Nel caso dei nipoti e dei pronipoti scoprii addirittura particolari che le due voci non mi avevan fornito, creature nelle quali potevo identificarmi fino allo spasimo, di cui potevo supporre ogni gesto ed ogni pensiero, ogni pregio ed ogni difetto, ogni sogno ed ogni avventura. Sicché la ricerca si mutò in una saga da scrivere, una fiaba da ricostruire con la fantasia. 
Sì, fu a quel punto che la realtà prese a scivolare nell’immaginazione e il vero si unì all’inventabile poi all’inventato: l’uno complemento dell’altro, in una simbiosi tanto spontanea quanto inscindibile. E tutti quei nonni, nonne, bisnonni, bisnonne, trisnonni, trisnonne, arcavoli e arcavole, insomma tutti quei miei genitori, diventarono miei figli. Perché stavolta ero io a partorire loro, a dargli anzi ridargli la vita che essi avevano dato a me.
La saga da scrivere, la fiaba da ricostruire con la fantasia, incomincia oltre due secoli fa: negli anni che preparano la Rivoluzione Francese e che precedono la Rivoluzione Americana cioè la guerra d’Indipendenza scatenata contro l’Inghilterra dalle tredici colonie sorte nel Nuovo Mondo tra il 1607 e il 1733. Parte da Panzano, un paesino di fronte alla casa in cui intendo morire e che prima della ricerca condotta dalla formica impazzita guardavo senza sapere quanto vi appartenessi, e avviandone il racconto mi pare giusto offrire qualche notizia a chi non conosce quel tempo o quel luogo. Panzano sta su un poggio del Chianti, a mezza strada tra Siena e Firenze, e il Chianti è la zona della Toscana che si stende tra il fiume Greve e il fiume Pesa: trecento chilometri quadri composti da montagne e colline di rara bellezza. 
Le montagne sono coperte di piante ed alberi sempre verdi, castagni, querce, cerri, pini, cipressi, macchie di more e di felci, ed alloggiano una fauna da paradiso: lepri, scoiattoli, volpi, daini, cinghiali, nonché moltissimi uccelli. Merli e cinciallegre e tordi e usignoli che cantano come angeli. Le colline sono ripide ma struggentemente armoniose, coltivate in gran parte a filari di vigne che producono un vino assai rinomato e a uliveti che producono un olio assai saporito e leggero. In passato ci seminavano anche il grano con l’orzo e la segala, e la mietitura era uno dei due eventi con cui si misurava il trascorrere delle stagioni. L’altro era la vendemmia. Tra la mietitura e la vendemmia fioriva il giaggiolo, i campi si accendevan d’azzurro, e da lontano sembravano un mare che sale o che scende in gigantesche ed immobili ondate. 
Dopo la vendemmia fiorivano le ginestre, i campi si bordavano di siepi gialle, e col rosa delle eriche o il rosso delle bacche ogni siepe sembrava una vampata di fuoco. Spettacoli che nei punti più fortunati si godono ancora, insieme a tramonti sanguigni e violetti che tolgono il fiato. 
Due secoli fa Panzano contava duecentocinquanta abitanti tra cui lo speziale, il vetturale, il procaccia, il sensale di matrimoni, il cerusico che aiutava le vacche a partorire e la gente a morire, ed eccetto quei cinque erano tutti contadini. Mezzadri o pigionali che lavoravano i latifondi del granduca o dei signori o degli enti ecclesiastici e il cui sogno era possedere un livello. Vale a dire, prendere in enfiteusi un podere e scrollarsi di dosso il padrone. Di solito, un despota al quale apparteneva ogni istante della loro giornata e senza il cui permesso non potevano nemmeno sparare a un fagiano o prendere moglie. 
La loro anima, invece, apparteneva al prete. E di preti a Panzano ve n’erano due: il vecchio don Antonio Fabbri e il giovane don Pietro Luzzi. Il primo, nella prioria di Santa Maria Assunta in Cielo: al centro del paese. Il secondo, nella Pieve di San Leolino: lungo la strada per Siena. V’era inoltre un grosso via-vai di frati in cerca di adepti da controllare o da aggregare al rigorosissimo Ordine dei Terziari Francescani, e ovunque trovavi oratori o cappelle o santuari o tabernacoli dove si svolgevano noiose processioni che insieme alla Messa e al Vespro costituivano il massimo svago d’un contadino. Insomma, nonostante la fede nel raziocinio e nel progresso che veniva predicata dall’Illuminismo, nonostante gli ideali di libertà e di uguaglianza che stavano prendendo corpo, nonostante i principii irreligiosi e i costumi epicurei che caratterizzavano l’epoca, in cima a quel poggio del Chianti la religione dominava spietata e la Chiesa imperava: somma regina e principale tiranna. 
La città era lontana, sebbene fosse geograficamente vicina. I ricchi vi si recavano col cavallo o con la carrozza, i meno ricchi col calesse del vetturale, i quasi poveri con il barroccio, e i poveri a piedi. 
Così i più morivano senza aver mai visto Firenze che da Panzano distava appena venti miglia, o Siena che ne distava appena diciannove.
Le strade eran strette e sconnesse, un acquazzone bastava a renderle impraticabili, e d’inverno succedeva spesso di restare isolati per settimane o per mesi. Le case, no: erano quasi sempre belle perché nelle regie fattorie il granduca aveva ordinato di ricostruirle su modelli architettonici pieni di grazia. Bei porticati, bei torrini e bei forni per cuocervi il pane. 
Ma contenevano le stalle, i porcili, gli ovili, i pollai da cui veniva un gran puzzo e come quelle di città non avevano acqua. 
L’acqua si prendeva alla sorgente, trasportandola a braccia coi secchi, e si serbava nei fiaschi o nelle brocche di rame dette mezzine. Infatti ci si lavava pochissimo, diciamo una volta al mese o una volta all’anno, e la latrina era un lusso costituito da un recipiente o da un buco chiuso da un coperchio. 

Oriana a sei mesi tra le braccia della madre Tosca Cantini 
- Foto - Oriana Fallaci

Il cariello. Era un lusso anche illuminare le stanze. Le lampade a olio costavano care e al calar del buio si accendeva una candela o si andava a letto. Altrettanto presto ci si svegliava. D’estate, alle quattro del mattino: per correr subito a lavorare nei campi. Si lavorava molto, a Panzano. In media, quindici ore al giorno. E, a parte lo svago delle Messe o dei Vespri o delle processioni, l’unica ricompensa erano le veglie. Cioè i raduni serali che la domenica si tenevano in una stalla o in cucina per raccontarsi le novelle popolate di streghe e di diavoli, di fate e di fantasmi. L’unico divertimento mondano, il mercato settimanale o la fiera stagionale di Greve e di Radda: i due paesi attigui. 
L’unico vero conforto, l’amore consentito dalla Chiesa cioè l’amore coniugale. (Il che non impediva frementi amplessi nei pagliai e scomode gravidanze da riscattare col matrimonio). 
Cos’altro? Bè, i figli davano del voi ai genitori, in segno di rispetto. Anche fra marito e moglie ci si dava del voi, in segno di riguardo, e le donne contavano poco. Non avevano diritto all’eredità, per sposarsi dovevano possedere una dote e un corredo, in mancanza di ciò finivano spesso in convento, e sfacchinavano di zappa o di vanga proprio come gli uomini. Gli ospedali in campagna non esistevano. Sebbene a Radda ci fosse un medico condotto, a Panzano bisognava accontentarsi del cerusico che aiutava le vacche a partorire e la gente a morire. Quindi una ferita o una bronchite bastavano a spedirti nell’al di là. 
Non esistevano nemmeno i cimiteri. I morti si seppellivano sotto l’impiantito della Pieve di San Leolino o della prioria di Santa Maria Assunta in Cielo, con un po’ di calce e via. 
Tantomeno esistevan le scuole. Solo se il prete ti insegnava, imparavi a leggere un libro, compilare una lettera, far di conto. Ma don Fabbri non ne aveva voglia, don Luzzi lo faceva esclusivamente nei casi eccezionali, e tra i contadini della zona la percentuale dell’analfabetismo toccava l’ottantasette per cento. Eppure quel poggio a mezza strada tra Firenze e Siena era giudicato da chiunque un angolo benedetto da Dio, il Chianti era una delle contrade più ammirate e più invidiate d’Europa, e la sua fama giungeva fino alla Virginia: la prima delle tredici colonie che stavano per ribellarsi all’Inghilterra. 
Questo spiega perché la saga da scrivere, la fiaba da ricostruire con la fantasia, includa all’inizio tre personaggi ai quali non mi lega alcuna parentela e che tuttavia furono coinvolti nel mio venire al mondo. 
Thomas Jefferson, il principale artefice della Dichiarazione d’Indipendenza Americana e terzo presidente degli Stati Uniti che in Virginia viveva e possedeva molte terre cui si dedicava con l’entusiasmo di un agronomo. Benjamin Franklin, il geniale scienziato e scrittore e politico della colonia chiamata Pennsylvania che fra le altre cose inventò il parafulmine e la stufa a combustione. 
E il fiorentino Filippo Mazzei: medico, commerciante, memorialista, esperto di agricoltura, avventuriero di classe nonché amico di quei due. Coinvolgimento che induce a riflettere sulla comicità del destino e sull’inopportunità di prenderlo troppo sul serio.

Oriana Fallaci -
da: "Un cappello pieno di ciliege",BUR biblioteca Univers. Rizzoli,La prima parte 




"Non so arrendermi al fatto che per vivere si debba morire, che vivere e morire siano due aspetti della medesima realtà, l'uno necessario all'altro, l'uno conseguenza dell'altro. 
Non so piegarmi all'idea che la Vita sia un viaggio verso la Morte e nascere una condanna a morte. 
Eppure l'accetto. 
Mi inchino al suo potere illimitato e accesa da un cupo interesse la studio, la analizzo, la stuzzico. Spinta da un tetro rispetto la corteggio, la sfido, la canto, e nei momenti di troppo dolore la invoco."


Oriana Fallaci -

da: "Un cappello pieno di ciliege",BUR biblioteca Univers. Rizzoli 




“Ho sempre amato la vita.
Chi ama la vita
non riesce mai ad adeguarsi,
subire, farsi comandare.
Chi ama la vita
è sempre con il fucile alla finestra
per difendere la vita…
Un essere umano che si adegua,
che subisce, che si fa comandare,
non è un essere umano”. 

- Oriana Fallaci -



Buona giornata a tutti. :-)