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domenica 29 dicembre 2013

Cos'è il morire?- Bishop Brent


Cos'è il morire?
Me ne sto sulla riva del mare, una nave apre le vele alla brezza del mattino e parte per l'oceano.
E' uno spettacolo di rara bellezza e io rimango ad ossservarla fino a che svanisce all'orizzonte e qualcuno accanto a me dice: "E' andata!".
Andata! Dove? E' sparita dalla mia vista: questo è tutto.
Nei suoi alberi, nella carena e nei pennoni essa è ancora grande come quando la vedevo, e come allora è in grado di portare a destinazione il suo carico di esseri viventi.
Che le sue misure si riducano fino a sparire del tutto è qualcosa che riguarda me, non lei, e proprio nel momento in cui qualcuno accanto a me dice: "E' andata!" 

Ci sono altri che stanno scrutando il suo arrivo, e altri voci levano un grido di gioia: "Eccola che arriva!".
E questo è il morire.

(Bishop Brent)



La vita si dilegua.
La fede mi fa sentire la vicinanza dei miei cari defunti, come si sente nel silenzio il battito del cuore di un amico che veglia su di noi. La persuasione che presto mi incontrerò con i loro sguardi mi incoraggia a vivere in modo da non dover arrossire dinanzi a loro e non mi rincresce più lasciar questo mondo.

O fede! Come consoli l'anima in questi giorni in cui tutto è mestizia e dolore! Ogni foglia che cade mi avverte che la vita si dilegua: ogni rondine che emigra mi ricorda i miei cari che lasciarono la terra per l'eternità e mentre la natura non mi parla che di dolore, la fede non mi parla che di speranza.

(S. Luigi Orione)




Se vuoi vivere leggero e sereno, familiarizza col pensiero della morte. Non è la fine della vita, ma la nascita. La morte è una porta.

(Dugpa Rimpoce)



Che cosa vuol dire coltivare e custodire la terra? Noi stiamo veramente coltivando e custodendo il creato? Oppure lo stiamo sfruttando e trascurando? Il verbo "coltivare" mi richiama alla mente la cura che l’agricoltore ha per la sua terra perché dia frutto ed esso sia condiviso: quanta attenzione, passione e dedizione! Coltivare e custodire il creato è un’indicazione di Dio data non solo all’inizio della storia, ma a ciascuno di noi; è parte del suo progetto; vuol dire far crescere il mondo con responsabilità, trasformarlo perché sia un giardino, un luogo abitabile per tutti. Benedetto XVI ha ricordato più volte che questo compito affidatoci da Dio Creatore richiede di cogliere il ritmo e la logica della creazione. Noi invece siamo spesso guidati dalla superbia del dominare, del possedere, del manipolare, dello sfruttare; non la "custodiamo", non la rispettiamo, non la consideriamo come un dono gratuito di cui avere cura. Stiamo perdendo l’atteggiamento dello stupore, della contemplazione, dell’ascolto della creazione; e così non riusciamo più a leggervi quello che Benedetto XVI chiama "il ritmo della storia di amore di Dio con l’uomo". Perché avviene questo? Perché pensiamo e viviamo in modo orizzontale, ci siamo allontanati da Dio, non leggiamo i suoi segni.

Papa Francesco

                                                                   A cosa serve vivere

Basta! Sono stanco morto, stanco di pensare troppo.
Come un uccello folle la mia testa gira e rigira a vuoto,
e si imbatte nelle griglie dei mille perché della mia vita.
Ci sono troppe domande, e sempre nessuna risposta!
Perché questa vita stereotipata con i minuti che spingono le ore, le ore che spingono i giorni,
i giorni che spingono i mesi, e poi, tutto ricomincia automaticamente?
Qual è il senso della mia vita?
Sarà per lo studio? E poi? Per la laurea? E poi? 

Per il lavoro? Per il denaro? Per le vacanze?
Per la pensione? E poi? E poi? 
Per il nulla quando si pensava di avere raggiunto il tutto!
Signore, siamo giovani bulimici di avere e anoressici di essere!
Appena sono nato, piccolo pargolo,
mi hanno colmato con il prezzo dei loro giocattoli;
mi hanno nutrito sempre preoccupati se ero sazio abbastanza;
mi hanno vestito con magliette e scarpe alla moda;
mi hanno dato tutto perché non mi mancasse niente...
...e adesso sono vuoto, privo di senso,
con una vita piena di avere e povera di essere!
Tu mi hai detto Signore, «una cosa ti manca: vai,
vendi quello che hai e dallo ai poveri
e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi!».
Donami, Signore, la forza per diventare come Francesco:
povero nel suo saio ed estraneo a qualsiasi moda;
pellegrini tranquillo lungo la strada verso l'eternità;
lontano dalla gabbia dorata di una vita comoda;
irradiazione di gioia cibandosi di nulla;
felice, pur essendo privo di tutto;
pazzo, dopo l'incontro con Te senza il quale non si può Essere;
pazzo come lui, per essere me stesso e felice.

padre Stefano dell'abbazia di Sant'Antimo






sabato 2 novembre 2013

Il giorno dei morti ed il silenzio di Dio - Iacono Alfonso Maurizio

Appartengo alla generazione dei bambini del Sud che ricevevano i doni il giorno dei morti. Babbo Natale era ancora lontano così come il Nord. 
La notte prima dell’arrivo dei morti che portavano i doni, quasi non si dormiva. Eccitazione, ma anche paura. Mia nonna mi raccontava che arrivavano in fila, con un lenzuolo e con una candela. Sotto le coperte, ad ogni minimo rumore, chiudevo gli occhi, curiosi e nello stesso tempo impauriti. Vinto dal sonno, crollavo. 
Al risveglio, erano tutti lì, mio padre, mia madre, i miei nonni, i miei zii. 
Sì, perché non stavo in una famiglia, come si dice oggi, mononucleare. Abitavamo tutti insieme, in una grande casa, nel palazzo dei mutilati (mio nonno era stato ardito nella prima guerra mondiale ed erano stato ferito e reso invalido), davanti a una piazza, il vero luogo della mia vita di bambino, che si affacciava sulla Valle dei Templi e sul mare (ancora oggi, ma qualche palazzo in più e nel mezzo mi fa usare l’imperfetto). Erano tutti lì ad aspettare. Sì perché i regali erano nascosti da qualche parte ed io dovevo scoprirli. E poi la gioia. Ricordo come fosse oggi la volta che trovai la mia adorata bicicletta, una Frejius 18, mentre il mio amico d’infanzia Pino, che stava nella porta accanto (un fratello per me), trovò una Bianchi 18. Le avevano portate i morti. Ci credevo e non ci credevo. Volevo crederci. In fondo poco importava se era vero oppure no. I doni erano veri e la bicicletta pure! In tarda mattinata, al cimitero. Pesante odore di candele, di fiori, di urla e di pianti. Donne vestite di nero gettate sulle tombe. 
Orfanelle in fila per due, con l’aria indifferente, costrette a pregare per dei morti di cui non sapevano nulla. 
Non mi piaceva la spettacolare teatralità della morte socializzata e ammucchiata. Eppure, i doni dei morti convivevano con i pianti dei vivi, così, con naturalezza. La morte fu una misteriosa sparizione quando morì troppo presto la madre di Pino. 
La prima persona morta che vidi fu invece la nonna di un mio vicino di casa. Alla notizia, io e Pino entrammo. Eravamo curiosi. Non ci toccava il dolore dei parenti. Volevamo solamente vedere cosa si provava a vedere un morto vero. Sembrava che dormisse. 
Questa volta a scomparire fu il mistero della morte. E poi, forse come tutti i bambini che stanno per strada, ne vidi altri. Uno per strada, un altro al mare annegato. E poi morì Ignazio. Giocava con noi, ma era malato e deformato dalla malattia. Non so esattamente cosa avesse, ma lo ricordo pieno di ferri, muoversi e camminare con difficoltà. Un giorno ci dissero che era morto. Andammo a casa sua e vedemmo Totuccio piangere senza consolazione. 
Era il suo migliore amico. 
E poi, con il passare degli anni, i morti aumentano. 
I nonni, i genitori, i tuoi maestri, alcuni dei tuoi migliori amici. Non ho subito i traumi di morti violente e ingiuste, così come è capitato ad altri, ma nel tempo, il senso dell’irreversibile si fa sempre più grande e ingombrante. 
E con esso, il rimpianto di non avere detto o fatto cose che non puoi più dire e fare. Per nove anni sono stato preside di facoltà e mi è toccato preparare e fare molti discorsi per il funerale di molti colleghi, amici, maestri. Pronunciarli in pubblico, davanti alla bara, in un’atmosfera irreale, perché la bara dà il senso dell’irrealtà. Il morto è là dentro, ma non lo vedi fisicamente. E’ un assente che è presente con pesantezza. 
Un assurdo, tanto più assurdo se il cadavere che sta dentro è un tuo amico o tuo padre. 

Ho paura della morte? Sì! A volte penso che vorrei arrivarci talmente affaticato da poterla accettare per stanchezza. 
Lucio Magri, che mi ha molto insegnato in politica e nella vita, ha voluto decidere la sua morte. Non voleva perdere il controllo di sé e del suo destino. Non voleva più vivere. Rispetto la sua decisione e la comprendo, ma non credo che farei lo stesso. Non solo perché la vita non appartiene soltanto a me, essendo padre di tre figli, ma anche perché forse con la morte bisognerebbe fare come i siciliani fanno con lo scirocco quando lo scirocco spira da terra ed è caldo, molto caldo. 
Se ti ci metti contro, ti prende l’ansia e forse anche il panico, se ti lasci attraversare da esso, se lo accetti, allora quel caldo che spira e ti avvolge diventa dolce, ti rallenta e ti fa chiudere gli occhi non per paura, ma perché sei dentro e nello stesso tempo quasi ti annulli nell’ondata d’aria calda. Allora forse puoi morire. Lotti contro la morte se accetti di non essere il centro dell’universo, ma per noi occidentali, educati alla cultura dell’onnipotenza è difficile. Non sono credente ma non mi hanno mai consolato quegli artifizi filosofici secondo cui non bisogna avere paura della morte perché dove c’è lei tu non ci se e viceversa. Non ho tutta questa sicurezza materialistica da consolarmi pensando che faccio parte di un mondo più grande e che il mio corpo ritornerà alla natura. 
L’idea di non esistere mi fa rabbia e paura, ma non posso credere in un’altra vita solo perché provo rabbia e paura. Non con la mia testa. E neanche per amore di un dio che non conosco e da cui non sono conosciuto. Detesto l’idea che un dio sia onnipotente. Mi piace di più quel che hanno da dire gli ebrei (e con essi anche alcuni cristiani di oggi): il rapporto con dio è basato sull’incertezza, sull’improvvisazione, sull’incompiutezza. 
Questo è ciò che dice André Neher rivendicando il silenzio di dio dopo Auschwitz, dopo cioè che bambini innocenti sono stati divorati dalla macchina dell’orrore nazista, dopo che il dio degli ebrei restò muto, mentre il suo popolo veniva stritolato nei Lager. Hans Jonas, dopo Auschwitz, rivendica un dio non più onnipotente, ma buono, incapace di fermare il male che non ha voluto, ma capace di soffrire con gli uomini. 
Del resto, la rabbia di Cristo che, in punto di morte, si dispera perché il padre lo ha abbandonato (Marco, 15, 34; Matteo, 27, 46), è l’espressione di un fallimento e di una delusione. E’ in questa condizione umana che vedo il divino. Un divino che non può essere confinato al regno dei credenti, ma richiama la responsabilità tutta umana nei confronti del male che facciamo e che subiamo proprio perché dio, essendosi ritirato, non c’è e non vuole esserci. Posso amare solo un dio che fallisce oppure un dio che sa ritrarsi. Poco mi importa che esista oppure no.

Prof. Alfonso Maurizio Iacono
(Agrigento, 16 settembre 1949) è un filosofo italiano. Ordinario di Storia della Filosofia all'Università di Pisa, nell'anno accademico 2002-2003 è stato Visiting Professor all'Université de Paris 1 (Sorbonne-Panthéon). È attualmente Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Pisa.


Casorati, Il giorno dei morti


Il Credo dell'uomo che soffre

Credo che Cristo ha sofferto per noi lasciandoci l'esempio,
perchè anche noi seguiamo le sue orme.
Credo che Cristo crocifisso,
pazzia per la sapienza di questo mondo,
è la potenza e la sapienza di Dio.
Credo che, accettando con amore la sofferenza,
compio in me la passione di Cristo
per la crescita del suo corpo che è la Chiesa.
Credo che tutto coopera al bene
per coloro che amano Dio.
Credo che la nostra tribolazione momentanea e di breve peso
ci procura uno smisurato dono di gioia.
Credo che chi soffre con Cristo
con lui sarà glorificato.
Credo che chi muore con Cristo
con lui pure risorgerà.
Credo che Dio farà cieli nuovi e terra nuova
in cui asciugherà ogni lacrima dai nostri occhi:
e allora la morte non ci sarà più,
né lutto, né pianto ci saranno più.
Credo che vedremo Dio faccia a faccia;
che nella mia carne contemplerò il Signore,
mio redentore e mia salvezza".




Con la pietà verso i defunti noi saziamo la fame ed estinguiamo la sete di quelle anime; pagando i loro debiti, noi veniamo come a spogliarci dei nostri tesori spirituali per rivestirne esse; noi le liberiamo da una schiavitù più dura che qualsiasi prigionia; noi diamo ospitalità a quei pellegrinanti nella casa stessa di Dio, il Cielo. Venendo il giorno del Giudizio, si alzerà un coro di voci che giustificherà noi stessi. 

- S. Francesco di Sales -



Se mi chiedessero quale certezza vorrei avere in punto di morte, risponderei che l'unica a rendermi sereno il trapasso sarebbe la certezza di aver distribuito agli uomini la speranza. 

- Balducci don Ernesto -



Filotea per i defunti:
San Tommaso dice che la preghiera per i morti è più accetta di quella per i vivi, perché i Defunti, che hanno grande bisogno, non possono aiutarsi da se stessi, come lo possono i vivi.





Cos'è il morire?
Me ne sto sulla riva del mare, una nave apre le vele alla brezza del mattino e parte per l'oceano.
E' uno spettacolo di rara bellezza e io rimango ad osservarla fino a che svanisce all'orizzonte...
 
e qualcuno accanto a me
 dice: 
"E' andata!".
Andata! Dove? 
E' sparita dalla mia vista: questo è tutto.
Nei suoi alberi, nella carena e nei pennoni essa è ancora grande come quando la vedevo, e come allora è in grado di portare a destinazione il suo carico di esseri viventi.
Che le sue misure si riducano fino a sparire del tutto 
è qualcosa che riguarda me, non lei, e proprio nel momento in cui qualcuno accanto a me dice, "E' andata!" 
ci sono altri che stanno scrutando il suo arrivo, 
e altri voci levano un grido di gioia: 
"Eccola che arriva!".
E questo è il morire.

(Bishop Brent)



Indulgenza plenaria per i defunti

Possiamo acquistare a favore delle anime del Purgatorio l'indulgenza plenaria (una sola volta) dal mezzogiorno del 1° novembre fino a tutto il giorno successivo vistando una chiesa e recitando il Credo e il Padre Nostro. Sono inoltre da adempiere queste tre condizioni:
*confessione sacramentale Questa condizione può essere adempiuta parecchi giorni prima o dopo. Con una confessione si possono acquistare più indulgenze plenarie, purché permanga in noi l'esclusione di qualsiasi affetto al peccato, anche veniale.
*comunione eucaristica
*preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice recitando Padre Nostro e Ave Maria
La stessa facoltà alle medesime condizioni è concessa nei giorni dal 1° all' 8 novembre al fedele che devotamente visita il cimitero e anche soltanto mentalmente prega per i fedeli defunti.